Precondizioni interpretative (o Nonostante la crisi) – di Mimmo Cangiano

Precondizioni interpretative

o Nonostante la crisi

[Note su alcuni poeti italiani nati negli anni ’70 – Iº parte/II° puntata]

 

Pubblicato su «Atelier», XIV, 54, giugno 2009

 

 

Continuando ancora nel quasi pop vorrei poi proporre all’attenzione tre esempi diversissimi (perchè le linee di tendenza necessariamente si biforcano al loro interno). Il primo è Flavio Santi (classe ’73), e mi riferisco qui solo alla sua produzione in lingua italiana. Il ragazzo X è uno degli esempi più avanzati della poesia postmoderna italiana: il tentativo del ragazzo di impersonare, ai giorni nostri, un Leopardi risucchiato nella condizione del precariato (lavorativo, affettivo e morale), determina anche qui il consueto affastellamento tematico di natura descrittiva. Inoltre la valenza filosofica, attivata dalla sovrapposizione temporale, è in questo caso estrema: la mancanza della Kultur condivisa, la scoperta che a un certo punto della Storia ogni forma non ha più alcuna Totalität a cui rapportarsi, fa sì che l’unico riferimento, ironico riferimento, a cui quella stessa forma può agganciarsi è proprio il postmoderno individuo problematico, che porta dentro di sé il demonietto della riflessione che smonta qualsiasi congegno immaginativo: ecco che la condizione ipostatica di apparenza dà luogo, semmai, a un Leopardi filtrato da Sterne, e l’umorismo scopre il suo volto oscuro, che è la costrizione ad accettare lo status quo:

 

L’estate del ’78 segnò
magro pallottoliere
i due anni della morte di Carosello
e il Mundial dell’Italia terza
e di una squadra vincente in campo
ma frodata dalla vita.


Era l’argentina di Kempes,
Achille setoloso e segaligno,
felpato, grandi gol, mai arrivato
in Italia, un po’ come un re,
mai arrivato, a volte invocato…
l’esilio… sì anch’io…
l”estate delle bibite ghiacciate,
i coni gelato
io quell’estate ero in spiaggia,
ti ricordi?

Sotto l’ombrellone a righe

mancando vistosamente l’abbronzatura

guardavo il mare

andare e venire,

andavo a vedere la tele,

i lanci, le azioni,

(ovviamente non sapevo

che allo stadio il resto della stagione

torturavano la gente

con elettrodi che scioccavano,

schizzavano a mille riducendo

le persone agli spiccioli di un incubo).

[...][1]

 

 

Una poesia di gusto similare, ma nettamente più decentrata da un lato verso i modelli  narrativi di certa produzione poetica inglese e americana, e dall’altro verso il gioco capitalistico/anticapitalistico (mercificatorio/antimercificatorio) che ha, per esempio, caratterizzato la produzione civile di buona parte della narrativa italiana degli anni ’90, è quella di Matteo Fantuzzi (classe ’79). Estraneo agli eccessi sperimentalistici (positivi o negativi che siano), Fantuzzi modula in una lingua plastificata e spesso sub-normale le esperienze di personaggi attraversati, da parte a parte, dalla condizione nevrotica insita nel disagio della postmodernità. La letteratura, modulata nel sarcasmo di chi vede un’imminente catastrofe, diventa qui sede immaginaria di un affioramento, o di un ritorno, del represso, e fittiziamente si spinge fino al punto di farsi complice verso tutto quanto incontro distanza, repellenza, diffidenza. Represso morale, represso irrazionale e, soprattutto, represso anti-funzionale:

 

Devi diventare più aggressivo col lavoro
perché oramai va forte anche l’usato
e un poco ovunque spuntano degli outlet;
devi andare (avrai capito) nei luoghi del dolore,
in clinica oncologica ad esempio, e dire:

 

“Lei è incurabile per caso? E quanto tempo ha a disposizione,
un anno? E alla bara ha già pensato? Io le vendo da 20 anni,
importo il legno dalla Svezia, sono bravo, costo poco”.

 

O ancora meglio ti dovresti fare forza e suonare
porta a porta nel paese, e chiedere a chi t’apre
se per caso è a conoscenza di qualcuno che sia morto
o lì per farlo o se quello in primis (pure in ottima salute)
non volesse già decidere la cassa.

 

Perchè tanto “quella” arriva e non fa sconti,

e per lo meno allora la tua bara sia economica e curata,

di buon gusto, fatta a mano, da un esperto del settore.[2]

 

 La poesia di Fantuzzi è probabilmente l’esempio più avanzato di questo versante e tende segretamente a consuonare, nell’uso perfetto di quell’escatologia a matrice postmoderna, col Montale narratore. Inoltre la rappresentazione, non del reale, ma della nostra rappresentazione simbolica di questo, si mostra pressoché totalmente assimilata agli schemi equilibratori che la stessa società dello spettacolo fornisce. La valenza compensativa che l’escatologia permette viene infatti esperita dai personaggi e dal poeta stesso, custode di un pensiero deviato e, a sua volta, assoggettato all’imperativo categorico mutuato dal sistema “televisivo”. Se pure il consumo, in senso stretto, è quasi assente da queste pagine, sono i suoi effetti quelli che vediamo sulla scena, disseminato in tante esperienze condannate ad un consenso privo di fondamento. Ognuno può riempire il suo vuoto come vuole (e lo fa quasi sempre con manie a cui assegna valore di religione), e la lingua inespressiva e monologica usata dal poeta diventa l’ennesimo riempitivo: tentativo di inquadrare la realtà mediante la rappresentazione simbolica di questa derivata dalla precomprensione spettacolistica. Ecco che l’accento forte che il personaggio impone sul proprio soggetto si rivela sempre mera compensazione di un’azione tutta esperita dal predicato, e non dal soggetto stesso, reificato e alienato, alla ricerca dell’assurda carta vincente:

Il portiere di riserva

Il portiere di riserva non esulta come gli altri
rimane fermo abbarbicato alla speranza
che quell’altro in calzamaglia se lo stracci un legamento
per entrare tra gli applausi, conquistare il proprio posto,
avere donne, case al lago, delle macchine potenti.

Avere gloria finalmente. Il portiere di riserva
se ne gira col cappotto anche di luglio per non prendere un malanno,
perché una volta era il suo turno, ma lui era a letto
con la febbre, ed entrato il ragazzetto degli under 18
strappò un 9 alla Gazzetta, ed oggi gioca in Premier
nel Newcastle, ed ha fatto anche la Champions.

E due réclames per gli shampoo.[3]

 Fantuzzi è l’esempio più alto di questo tipo di poesia perchè, mantenendo il gioco ad un livello di ambiguità estrema, condanna se stesso alla sparizione dei fini e si assoggetta ad un accrescimento straniato dei mezzi, fin quasi a far scomparire l’afflato civile. Se infatti pensiamo ad un’estremizzazione di questo tipo di poesia arriviamo direttamente alla pagina mercificata di certi autori come, ad esempio, Marco Simonelli (anche lui nato nel 1979):

In lode della girella

Lo strato marrone del cioccolato
artificialmente sintetizzato
s’attorciglia a spirale Pan di Spagna.

Non so se il gusto ci guadagna,
non conosco l’identità della sorpresa.
Quando fai la spesa la confezione è chiusa.

È una magna infanzia del soggetto
l’arrotolarsi al cuore del sapore,
concepire le ore come un’ansia
che tutto ti distacca dal perfetto.

Un simile prodotto di mercato
mi gira dentro al petto, nel costato.
Non l’ho desiderato il nocciolato
che cosparso di me sempre m’ammanta.

Sono stato confezionato
durante gli anni Ottanta.
[4]

 Anche qui siamo ben lontani dalle forme di una requisitoria moralistica, Simonelli infatti chiama a campione dell’orrore che analizza direttamente se stesso, e pone sulla pagina, fra le girelle, Beautiful e Marta Flavi, i luoghi alti della poesia (stesso movimento che, in un’ottica più moderata, usa Baldi). Ma se la tecnica del mescolamento è ovviamente fondante per questo tipo di poesia bisogna comunque essere cauti nel voler giudicar tutto dalla parte del comico, perché se è pur vero, secondo tradizione del rovesciamento, che il “basso” finirà la maggior parte delle volte col trascinarsi dietro l’alto, è vero anche che, sempre in un’accezione che ha comunque ben presente il filtro dell’ironia, la materia elevata può nobilitare il resto, se pur solo nelle accezioni del melodramma e del patetico. Se per lui valgono gran parte delle cose finora dette (abbiamo le stelle dantesche accomunate allo Star System e poi al dado Star; le signorine Buonasera che diventano delle Parche; Laura Palmer che si trasfigura nell’Ofelia di Millais e così via), abbiamo però anche un meccanismo di proiezione che non è più unilateralmente diretto, non va più (per capirci) solo dalla Tv allo spettatore, ma va anche dallo spettatore alla Tv, perchè «fessi saranno alfin coloro/ che per superbia o eccesso di decoro/ disgiungeranno il tu dalla Tv»[5]. È lo stesso materiale spettacolistico che, ad un certo punto, riesce a rivestirsi di connotati epico-tragici e addirittura mitici (ecco che il mito analizzato all’inizio riesce a tornare in un’altra forma), e ciò che all’inizio era sembrata la canonica impossibilità di trascendere, con un atto critico, l’apparato fittizio della società dello spettacolo, si rovescia: quell’apparato diventa l’appiglio al quale legare i propri fantasmi e, mediante ciò, sfocia in una grottesca epica personale e collettiva.

E visto che siamo all’epica mi sposto un attimo, prima di tornare un’ultima volta indietro di qualche anno, a due poeti che la interpretano in senso rinnovato: il bolognese Nader Ghazvinizadeh (nato nel 1977) e il triestino Luigi Nacci (1978). Il primo lavora all’interno di un montaggio di natura cinematografica e servendosi, da bravo chansonnier, di una versificazione in rima che sfiora l’oralità. Non racconta l’interno, la sua poesia è tutta spostata sul versante esterno delle situazioni poste in fuoco-fuorifuoco nel modello imprescindibile della “passeggiata”: bar, strade, luoghi:

 

Le mille miglia

 

Dai divani più scomodi del Nord-Est

le cene nelle vecchie cucine a gas

all’osteria dei cacciatori, i bar dei muratori

le trattorie dei camionisti, i paesaggi puntinisti

 

la sera si incontrano i pescatori

che hanno passato una vita a tirar su il pesce azzurro

che sarebbe il grano del mare

 

Liguria, lingua di liquerizia

Levratto, lepre, cerbiatto

 

la campagna in Italia scende sulle auto d’epoca

nell’ora dell’ammazzacaffè

 

è l’estate di San Martino

che riempie i tavoli dei bar di solitari

le quinte di teatro di Stradivari

 

sono i giorni della merla

che accendono le stanze alle prostitute

e i camerini alle sostitute[6]

 

 L’epica è quella del quotidiano trasfigurata nel valore simbolico e esperita, quasi sempre, mediante il punto di visti dei “penultimi”. È una poesia estremamente accattivante, ed è forse la poesia che ognuno vorrebbe leggere, rimbalzata in una pianura padana che si trasfigura in tratti parigini, nei colori tenui di Toulouse-Lautrec in un caffè-scuro di Amsterdam. Poesia di un melodista “innamorato” e romantico che costruisce paesaggi di cartapesta: teatro di burattini e mare d’inverno.

            Anche Nacci è un melodista, ma di tutt’altro genere. La scelta neometrica, per esempio le ottave di endecasillabi del Poema disumano, se da un lato segnala di un recupero della tradizione da intendersi non solo in chiave ironica, dall’altro riferisce di un conformarsi ad una condizione cognitiva prima ancora che sociale. La forma chiusa non fa riferimento solo ad un modo di essere al mondo, ma anche ad un modo di conoscere il mondo attraverso la simbolizzazione dello stesso. Simulacro di un essere assente, la forma chiusa si caratterizza come condizione in primo luogo di memoria, come ripetizione e blocco identificabili nei termini di “malattia”. Nel suo libro a parlare è una comunità, ma questa parla per autoriconoscersi fittiziamente, ritrova se stessa nella reificazione e da ciò trae il senso di sé come continuità, si “sa”, ma si “sa” come ripetizione, e dunque non può che autoriconoscersi nei termini di una sconfitta. La prospettiva di uno spazio d’azione non può che caratterizzarsi come “riserva” continuamente minacciata dall’esterno, sotto assedio. La frantumazione dei soggetti e della stessa esperienza, impossibilitata in questa sarcastica, terribilmente sarcastica, condizione apollinea, si ritrova nella condizione di un cadavere che fa riferimento all’Altro. Pur pienamente realizzata la condizione di dolore (del Corpo di dolore) invocata da Artaud, la solidarietà con l’Altro è per ora solo un’alleanza fra poveri, priva di quegli strumenti necessari per impostare una critica (una lotta) alla “maggioranza” in quanto si presta ancora al controllo di questa proprio in virtù della forma (in questo caso forma poetica) della sua derelitta e inutile protesta:

 

Affastellati in sudice suburre
siamo, sparpagliati e soli, in gazzarre
da vicolo. Qui, l’unico pericolo,
è scampare al pulviscolo corrivo
che scorre di casa in casa a corrodere
i bulbi oculari e a ustionare retine,
a prosciugare muscoli ciliari,
iridi, se quel che resta è ferrugine.

[....]

I nostri sono amori periferici,
troppo tisici per tenere testa
alla vita. Nell’ultima volata
rallentano, s’intronano al traguardo,
stanno attoniti, tonti, catatonici.
Lo sguardo di chi è rimasto di stucco
e il volto sudato. Il palato secco
del maratoneta mai arrivato.

[...]

Certi giorni Sior Morte gigioneggia

alla grande, sgiraffa leggendario

su gronde e graticcie agghindato in ghingheri

e s’aggiudica i giovini più energici.

Certi altri invece grufola e aggobisce,

s’aggira senza pace, s’inginocchia,

non reagisce, gracchia, guaiola, raglia,

tutto, pur di non partire in battaglia.[7]

 

            Vi è una razionalità tecnologica che funziona secondo criteri di efficienza e precisione e che, nello stesso tempo, è separata da tutto ciò che la lega ai bisogni umani e ai desideri individuali, interamente adattata alle necessità di un apparato di dominio onnicomprensivo, come la forma. La società industriale avanzata (volto assente del Poema), contrassegnata dalla razionalità tecnologica, funziona come un sistema che predetermina tutto a priori, anche i rapporti sociali e i modelli di comportamento: salda economia, politica e cultura e non permette la formazione di alternative ad esso. Le stesse stanze del Poema sono così avviluppate da una pulsione di morte. Ma la multimedialità salva il testo e riapre la speranza: il cd che accompagna il Poema disumano produce su di questo devianze letterali. La pluralità di voci, pronunce, errori, contaminazioni diventano spazio di azione e di apertura, la differenza si configura allora come atto politico che, nello spazio deviante del gioco, permette la formazione del dissenso. L’apollineo si ritrova sfaldato dall’interno. Decadono le stesse coppie oppositive che accompagnano la semplice lettura, il “noi” si apre possibilità di azione modificando le regole del suo gioco linguistico e, ponendosi oltre una teoretica dell’essere, attua la decostruzione dello stesso testo, lo parodia, ne mette in crisi pretese e autorità. La pluralità del suono si riflette dunque sullo scritto, pone su di esso un’epochè e ne attua una ricontestualizzazione infinita, non più ripetitiva ma cangiante, eccedente. La voce dunque, sciolta dal mito della sua “pienezza”, permette alla scrittura di creare differenza. Infranta la totalità del significato infrange anche la totalità del libro, l’accidentale fa il suo ingresso, esclude gerarchie tra i significanti in una “rete pluridimensionale” di rimandi e, nell’offrire punti di vista altri, apre lo spazio di una ricostruzione. È dunque lo stesso orizzonte del post-umano ad essere declinato in senso epico (ed etico).

            L’etica, certo, anche l’etica è un tratto costante di certa produzione poetica giovanile. Ma quale etica? Troppo diverse per sintetizzarle in un blocco unico, qui il problema forse smette di essere la poesia e diventa il pensiero, la capacità di rinnovare intellettualmente antiche forme di contestazione, e rinnovarle attraverso la forma: tanto, forse troppo, Pasolini fra i più giovani, filone anti-novecentista che dopo la sbronza intimista degli anni ’80 si rovescia in una prospettiva etica che esclude gli sperimentalismi ’63 e ’93 e non si accorge del fondo reazionario da cui è abitata e riprendendo, forse istintivamente, il vocabolario di certi colleghi dell’altra sponda (vedi Comunione e Liberazione) si dà a forme di anti-intellettualismo di ritorno: parla di stupore, emozione, vita, verità e bellezza. Ahimè, scriveva John Barth (uno dei massimi rappresentanti di quel postmodernismo tanto odiato da questi autori): «l’anti-intellettualismo, e anzi l’anti-intelligenza, hanno già troppi amici, non hanno bisogno anche di me». E poi, ma apro solo una piccola parentesi, la volontà comunicativa sbandierata come una spada è il solito atto ingenuo e, al fondo, autoritaristico, che mai riflette sul fatto che se davvero quella parola arriverà intera alle orecchie del lettore, allora sarà una parola immobilizzata e morta, sarà la solita forma che viene chiamata vita. Se devo pensare ad una poesia non banalmente etica o civile, una poesia che soddisfi, pur fuori dagli sperimentalismi novecenteschi, quella interna necessità di consapevolezza, per l’appunto, del ‘900, penso a Matteo Marchesini (un altro della classe ’79). La sua poesia è estranea al mito ingenuo di presupposti critici o ideologici comuni, perchè, come ha scritto una volta, «se ha ancora un senso rintracciare nei testi e nelle poetiche un contenuto di verità storico (e io credo di sì), non c’è dubbio sul fatto che oggi alcuni esperimenti subiscano un alto indice di storica falsità, proprio perchè il loro “spontaneismo di secondo grado” poggia su un rapporto immediato con qualcosa che, in verità, immediatamente non è dato affatto. [...] I congegni in versi hanno bisogno di apparire invece addirittura “oggettivamente” verificabili – e lo possono essere, però, solo se non rinunciano a quella dimensione di parzialità soggettiva, e mi verrebbe da dire a quel prisma saggistico, senza il quale il soggetto, scacciato dalla porta, rientra dalla finestra facendo le pernacchie». Anche Marchesini, in un certo senso, è un’anti-novecentista:

 

Il figlio alla madre

 

«Non ho mai conosciuto altro che questo:

ogni mattina rasentare i muri

di un bianco corridoio-reliquiario

come bestie impotenti, astute – vili.

Imparare il più cauto sillabario

e i movimenti secchi: niente ostili

soste alle soglie di una stanza,

né incerti fruscii che alle tue nari

tese di madre, morbide di moglie

rivelino la mia inerte tracotanza.

Qui non muta la regola

essenziale: esorcizzare

la condanna al reciproco ricatto –

isolarsi in soggiorno, aperto al centro

esatto il primo libro sulla mensola,

tenere il fiato finché ad un’assenza

meridiana e impercettibile di luce

la stasi incombe sull’appartamento:

passi interrotti tra camera

e cucina, abbandonato

un plaid azzurro in forma quasi umana,

e la metà spaccata di un arancio

spremuta sul lavabo.

E il silenzio è quello del tuo pianto».[8]

 

ma l’anti-novecentismo, ed è questa la grande differenza, qui non appare mai come facilmente realizzato: è vissuto come miraggio, come problematizzazione, perchè pur nella crisi, o nel rifiuto, del versante postmodernista, non c’è, né ci può essere, l’approdo alla semplicità o la frequentazione pacificata del vero (agio di stare al mondo), ma la ricerca spasmodica di un progetto che si trasformi in azione, oltre qualsiasi coazione a simbolizzare (sia la lotta o la vita), dove gli ideali non sono oggettivabili nella loro realizzazione, dove l’eclissi dei Fondamenti non è un alibi né per disperdersi nel nulla, né per darsi a metafisiche sublimatorie: anche quando queste sono di sinistra e di “contestazione”.

            Un altro poeta nei cui testi sembra di assistere ad una lotta fra novecentismo e anti-novecentismo (ma, si sa, sono solo etichette critiche e non possono spiegare più di tanto), è Massimo Gezzi (1976), sicuramente uno dei più bravi della sua generazione. Gezzi lavora su descrizioni a base oggettiva sempre impossibilitate a tradursi in laudi meramente descrittive. È all’apparenza anzitutto un poeta del paesaggio, ma lo sfondo spesso si tramuta in nota a margine, si fa simulacro di un’immagine in cui lottano realtà e finzione. La Storia diventa allora un problema, laccio e restrizione a un Io che, forse, vorrebbe fare altro, ma sa, serenianamente, che deve farci i conti, che l’innocenza sarebbe una colpa troppo, troppo, grave, e sancirebbe l’affiancamento a ciò che si era desiderato combattere:

 

            …ma

nella mia casa c’è un sollievo di pellicola,

il vuoto aggalla come il tondo

fluorescente sopra l’amo, il vuoto,

il silenzio di sasso che non si dirada –

                             

(fossimo piante per lo meno

tratterremmo nel profondo il gocciolio della linfa,

non il solido ossario delle cose, il marmo

dei pavimenti) –

 

A volte la sera sembra incline a spalancarsi.

 

Poi lo schiaffo dei treni lungomare,

le palpebre sfrangiate dei pipistrelli sui lampioni.

Le cose che tornano a covare le cricche

che improvvisamente le schiantano in due.[9]

 

            Diverso è il caso di Adriano Padua (nato nel 1978), decisamente più spostato nel solco dello sperimentalismo novecentesco. Tralascio per un attimo la consueta importanza del lavoro sul linguaggio, qui piegato alla propria trasformazione in “residuo”, e mi fermo a notare la natura ormai quasi paradossale (contraddittoria) di questo tipo di poesia, dominata dalle immagini e dei miti di una memoria del futuro e sempre alla prese con il tema classico della “caduta”, misura sul quale si compara il presente. Il problema non può essere inquadrato solo in una griglia razionale, ma è radicato anche in altre profondità, ed è un problema che ci conduce per l’appunto al cuore di particolari instabilità nel tessuto connettivo della cultura occidentale:

 

notte costretta in morsa di tenaglia
ferita a luce da coltelli stelle
colante di bagliore al riluttare
degli echi soffocati di calante
luna che crepa in quarti come musica
e creola s’assorbe di silenzio
parte di se negando agli spartiti
composti nel violarsi delle orbite

 

di rime nella mescola rimaste

intrise d’italiano tecnologico

a contestare al testo norma e forma

sincronizzate in loop al rituale

ripetersi narcotico dei suoni

che stona tramortite percussioni

nel riportare i versi fuori secolo

a tramutati metri e lingue e traumi[10]

 

 In questo tipo di poesia, al centro di essa, vi è sempre il buco nero dello sterminio di massa e il suo complementare opposto: il lager. Complementare per ovvi motivi, opposto perchè apriva il buco dell’irrazionalità nel logos occidentale mediante la strada del razionalismo estremo: mondo totale e coerente. Tutto ciò che viene dopo il lager, e questa poesia lo sa, conserva qualcosa di artefatto e di laccato: perdita del primato della ragione occidentale, e, di conseguenza, perdita del primato del linguaggio occidentale, che del lager è stato specchio e stabilizzatore. Se la struttura classica del discorso era legata ad un sistema di valori gerarchico e al tropo della trascendenza, si comincia (e si continua) nelle sgrammaticature e nelle forzature del linguaggio per opporsi, cioè per non riconoscersi e per non rafforzare, i portati di quella cultura:

           

Ai poeti sereni (a S.D.B.)

 

la vostra eterna quiete colloquiale
è requiem per le esequie del linguaggio
preghiera per un dio già morto che
si disfa che si va putrefacendo

 

sporcatevi le mani con il sangue

che il secolo riversa insinuato

nelle interiora dell’eternità

come un’infetta massa tumorale[11]

 

Retrocedo ora anagraficamente di qualche anno per parlare di quello che, a mio giudizio, è uno dei libri più interessanti di questi anni: Il cielo di Marte di Andrea Temporelli (pseudonimo di Marco Merlin, classe ’73).

            La poesia di Temporelli lavora sui concetti di tempo e gioia, dove la seconda si caratterizza come superamento del primo (luogo in cui colpa e violenza sono inevitabili). A ben guardare però questa poesia si incentra soprattutto sul problema del superamento della forma, e ciò continua a sembrarmi (si sarà ormai capito) una questione di importanza capitale, una sfida (anch’essa etica) che ha in sé dell’impossibile. Questo perchè la forma, detto in breve l’unificazione e l’attualizzazione posticcia che noi compiamo sulla realtà per poterci muovere in essa, non è un qualche chimera tirata in ballo da un ragazzino ungherese un centinaio d’anni fa, ma è un processo cognitivo che sancisce un fatto inquietante: la vita è in sé contraddittoria, si realizza nelle forme che sono la sua antitesi. Il cielo di Marte è un tragico libro sul tragico, attraversato da parte a parte dalla colpa di non poter essere fuori dal tempo, perchè il tempo, il divenire, è il non-consistere, e in esso non c’è giustizia. Nel tempo si è cosa fra le cose, il soggetto in esso non può individualizzarsi, può solo entrare in relazione, e ogni relazione è vista come una battaglia, cioè come un atto di violenza. È dunque anche un libro sulle relazioni, ma ogni relazione, se vuole superare il suo essere uno “stupro” (ed è uno stupro in quanto ogni entrare in contatto è un atto di “potenza”), deve spingersi al sacrificio di una delle due parti, al sacrificio del “giusto”. «Poiché prendi parte alla violenza di tutte le cose», scriveva 99 anni fa Carlo Michelstaedter, «è nel tuo debito verso la giustizia tutta questa violenza. A togliere questa dalle radici deve andare tutta la tua attività: – tutto dare e niente chiedere: questo è il dovere»[12]. Soltanto chi ha saputo trarsi fuori dalla dialettica del dare per avere può realmente consistere, può trascendere il tempo.

 

Verifica della storia

 

Sì, va bene, l’amore e tutto il resto,

ma qui fanno domande

precise, perché vivere non basta

e dio non è possibile. Da secoli

(Con questo inchiostro magari s’impastano

le loro voci? Presto

diventeranno calce senza eco)

Un confine, cos’è?

Un nome, lo spavento

di somigliarsi (Ora anche tu sei me,

proprio in questo momento)

                         

Dirai che non c’è storia e forse annaspo,

che la morte non è

un privilegio, ma un punto di vista.

Non hai scelta. Pensaci bene. Qui

con me a rispondere (Ma un comunista,

in cosa crede?) Diaspora

di un popolo minuscolo tra il sì

e il no dei questionari,

patria non c’è, è importante

trovare le pianure, i fiumi, i mari

l’Ossezia sull’atlante

 

Quest’anno da una terra di ossa piccole

cominceremo, poi

saranno guerre mondiali, problemi

d’ecologia, proposizioni astratte,

ricerche, controversie, dati, schemi,

un lessico più ricco,

eroi, battaglie grandiose e disfatte

clamorose (Non sanno

con che angoscia li fissi.

Per loro cominciare anche quest’anno

sarà molto bellissimo)

 

Muori dunque nelle tue presunzioni,

muovi verso di loro

senza il fardello di cui t’ammantavi.

Che cos’hai da insegnare veramente

se non lo smarrimento agli occhi avidi

di tutte le visioni

con cui porti l’offerta del tuo niente?

Che sia un plagio d’amore

questo mestiere povero

e splendido, la pasta di scrittore

cotta alle loro prove

 

Non credere, perciò, che queste frasi

siano embricate male,

la storia c’è, la torsione di voce

non è questione di stile, non più:

si rischia d’essere se dalla foce

l’io si apre nello spasimo

di congiungersi agli altri. Dire tu,

dire io, dire noi

non è atto di superbia

davanti a questi volti, purché poi

passi a virgole e verbi[13]

 

Ma le trappole sono ovunque, ed una di queste è proprio l’illusione di aver trasceso il tempo: «adesso, se hai trovato il luogo, l’ubi/ consistam del pittore. E non pretendi/ bravure. Volta la pagina, subito», questo perché trascendere il tempo, trascendere il luogo dell’inesistenza, non può voler dire creare forme, perché le forme sono solo l’illusione che il tempo ci elargisce, l’illusione, con effetti concreti e terribili, della sua non esistenza.  Ma frequentiamo per un attimo anche l’altro grande nodo del testo: linguaggio – nome – comunicazione. Temporelli si serve della critica del linguaggio sulla scorta della sua visione etica: i nomi sono anch’essi una forma, una sistematizzazione falsa del reale. Fare davvero tua la lingua di un Altro, comprendere realmente ciò che un altro sta dicendo, sarebbe come fare un passo in avanti, un passo in un’umanità diversa, oltre la forma e oltre la contingenza: entrambe foriere di ingiustizie:

La tenda di Mamre


Il giorno che sarà quel giorno
io vedrò spaccarsi i nomi
(in quale lingua potrebbe consistere
l’attimo della gioia?) Sarà il solito
vuoto a scandire il passo di chi viene.
E all’ombra della quercia, accanto al dio
che  sconvolge i pronomi
(anche se non esiste)
impareremo ogni cosa da soli.
La tenda darà un tremito alle vene.

Sarà un avvenimento strepitoso

il tuo sorriso. Il sangue abbatterà

i nostri corpi, credimi,

sentiremo la vita che ci chiama.
La voce che non oso
(Chi soffre di più? Chi ama?)
Quel giorno con il vento si alzerà
a fare terso il cielo. E sotto i piedi

la terra fiorirà con il tuo volto,
stupirà del raccolto.

(…)                            
Poi lasceremo insieme anche la tenda
quando ogni cosa dovrà essere persa
perchè più intera sia
nel fuoco che dà luce ad ogni male.

Farà di noi leggenda
la fiammata che sale
dal coro con gli amici che riversano
su di noi tutta la loro nostalgia.
Sarà questo il più caro dei preludi:

saremo moltitudine.



Siamo all’interno di un sogno di Assoluto, ma quello vero, non quello di volta in volta modulato dalle nostre precomprensioni del mondo (le forme), e non l’Assoluto romantico che, in quanto positivo, è già pronto a sfociare nella passività, nell’incubo della sua realizzazione, ma un Assoluto negativo, teso alla sfida contro l’inautentico: punto d’arrivo a cui tendere, ma da non raggiungere, pena la sua trasformazione in forma. Prendiamo un verso come «i segni, sono assenzio e terapia»: i segni, i nomi, le forme, ma tutto ciò che pretende di immobilizzare l’immobilizzabile, sono illusioni di essere, illusioni di consistere, e sono assenzio e terapia perchè sono “dimenticanza”. Ci appigliamo ad essi come alle ancora che ci salveranno, ma, in realtà, credendo di salvarci ci danniamo, rientriamo nell’inautentico paghi di questa illusione di autenticità, come una morte perenne[14].

 

Nel saggio che seguirà ci occuperemo di linee differenti da quelle finora trattate ma, concludendo questa prima parte, vorrei spendere ancora qualche parola su altri due poeti che mi permettono di delineare altre due prospettive, quindi, per essere coerente con quanto finora ho scritto, altre due mie forme. Da un lato Massimo Orgiazzi (anche lui del ’73) che, nel suo lavoro, prosegue l’ancor fertilissima scia della Satura montaliana:

 

            Le cose rimaste intatte

           

            Cos’è questa speranza

            che va oltre le partite a scopa d’assi,

            oltre i tuoi messaggini di ripiego?

            C’è il sonno dopo pranzo

            ora, un’insonnia che s’insinua cieca

            tra le pieghe di questo stesso letto.

            Ci sei tu che mi squadri per quell’asso

            giocato male e, prima,

            le passeggiate insieme

            là sulla spiaggia, i miei baffi di sabbia.

            L’assetto delle cose rarefatte

            È mischiare ricordi ed esigenze,

            rimuovere paure, ed acquisire

            resistenze; il quadretto delle cose

            rimaste intatte è dato da te,

            invece: porti addosso

            come abiti gli standard femminili

            di questo tempo,

            quando mi guardi e a scatti ti rivolgi

            al mare, sempre più finto. Virtuale.

            Poi, china, scrivi attenta al cellulare,

            mandi via i tuoi pensieri.

            Sempre gli stessi.

            Cos’è questa speranza,

            vorrei me lo scrivessi.[15]         

 

(linea forse non originale, ma sempre decisiva e probabilmente, in questi anni, insuperata sul versante del “quotidiano filosofico”), Alberto Bertoni (che essendo nato nel ’55 non è entrato in questa mia rassegna) ne è sicuramente l’interprete migliore.  

Dall’altro lato Giovanni Tuzet (1972), la sua capacità, ad esempio, di nascondere nel bozzettistico il gusto sottile dello straniamento e del paradosso, dove la realtà, tanto più si presenta Oggettiva e plastica, tanto più si espone all’esperienza nullificante che la conduce alle soglie del rischio della propria sparizione:

 

Grazie

 

L’evento: alla grande messa con il Papa,

lungo la spianata battuta dal caldo, dall’afa,

tre fedeli sono morti

 

Le cause: il caldo e l’afa – 

pudicamente, invece, i giornali

non trattano il destino

e dell’alta volontà non si sa

che dire

 

I precedenti: vengono a mente le scarpate

con i bus in fondo a picco

giù con i sassi i fedeli egualmente,

per il sonno fatato della guida, uno scherzo

di qualcuno – chiamalo Dio

o destino[16]

 

Tuzet ha molto del dadaista, la sua letteratura è una letteratura di sgambetti, ma gli sgambetti, ahimé, sono sempre fatti sull’orlo dell’Abgrund. È anche una letteratura del disincanto, ma un disincanto ironico e foriero di nuove utopie, certo distanti dai sogni sistematici e totalizzanti proiettati a racchiudere il mondo in un Modello. Sono sgambetti tesi a distogliere gli uomini dai loro «pregiudizi di realtà», e sono, in ciò, estremamente salutari (anche per il critico), come l’arma di un scetticismo che non vuol farsi disperazione.

 

…to be continued…

 

Mimmo Cangiano

           



 

 





[1] F. Santi, da Un giovane alto un metro e sessantadue: http://vertigine.blog.dada.net/archivi/2005-04

[2] M. Fantuzzi, Kobarid, Rimini, Raffaelli, 2008, p. 13.

[3] Ivi, p. 9.

[4] M. Simonelli, Palinsesti. Canzoniere catodico, Arezzo, Zona, 2007, p.

[5] Ivi, p.

[6] N. Ghazvinizadeh, Arte di fare il bagno, Bologna, Giraldi, 2004, p. 35.

[7] L. Nacci, Poema disumano, Roma, Galleria d’arte Michelangelo, 2006.

[8] M. Marchesini, I cani alla tua tavola, Borgomanero, Atelier, 2006, p. 35.

[9] M. Gezzi, Il mare a destra, Borgomanero, Atelier, 2004, p. 53.

[10] A. Padua, notte costretta in morsa di tenaglia: http://lellovoce.altervista.org/spip.php?article57

[11] A. Padua, Ai poeti sereni (a S. D. B.): http://lellovoce.altervista.org/spip.php?article57

[12] C. Michelstaedter, La persuasione e la rettorica (1910), Milano, Adelphi, 2002, p. 80.

[13] A. Temporelli, Il cielo di Marte, Torino, Einaudi, 2005, pp. 32-33.

[14] Molto difficile sintetizzare qui un pensiero filosofico complesso come quello di Temporelli. Rimandiamo dunque al nostro articolo, Il problema è il tempo, il problema è la parola, pubblicato alla pagina internet http://www.ilcielodimarte.splinder.com/post/10444800/Il+problema+%C3%A8+il+tempo,+il+pr

[15] M. Orgiazzi, Le cose rimaste intatte, in «Tabard», anno II, numero 6, Novembre 2007, p. 80.

[16] G. Tuzet, Grazie: http://servizi.comune.fe.it/index.phtml?id=1522

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