Precondizioni interpretative (o Nonostante la crisi) – di Mimmo Cangiano

Precondizioni interpretative

o Nonostante la crisi

[Note su alcuni poeti italiani nati negli anni ’70 – Iº parte/II° puntata]

 

Pubblicato su «Atelier», XIV, 54, giugno 2009

 

 

Continuando ancora nel quasi pop vorrei poi proporre all’attenzione tre esempi diversissimi (perchè le linee di tendenza necessariamente si biforcano al loro interno). Il primo è Flavio Santi (classe ’73), e mi riferisco qui solo alla sua produzione in lingua italiana. Il ragazzo X è uno degli esempi più avanzati della poesia postmoderna italiana: il tentativo del ragazzo di impersonare, ai giorni nostri, un Leopardi risucchiato nella condizione del precariato (lavorativo, affettivo e morale), determina anche qui il consueto affastellamento tematico di natura descrittiva. Inoltre la valenza filosofica, attivata dalla sovrapposizione temporale, è in questo caso estrema: la mancanza della Kultur condivisa, la scoperta che a un certo punto della Storia ogni forma non ha più alcuna Totalität a cui rapportarsi, fa sì che l’unico riferimento, ironico riferimento, a cui quella stessa forma può agganciarsi è proprio il postmoderno individuo problematico, che porta dentro di sé il demonietto della riflessione che smonta qualsiasi congegno immaginativo: ecco che la condizione ipostatica di apparenza dà luogo, semmai, a un Leopardi filtrato da Sterne, e l’umorismo scopre il suo volto oscuro, che è la costrizione ad accettare lo status quo:

 

L’estate del ’78 segnò
magro pallottoliere
i due anni della morte di Carosello
e il Mundial dell’Italia terza
e di una squadra vincente in campo
ma frodata dalla vita.


Era l’argentina di Kempes,
Achille setoloso e segaligno,
felpato, grandi gol, mai arrivato
in Italia, un po’ come un re,
mai arrivato, a volte invocato…
l’esilio… sì anch’io…
l”estate delle bibite ghiacciate,
i coni gelato
io quell’estate ero in spiaggia,
ti ricordi?

Sotto l’ombrellone a righe

mancando vistosamente l’abbronzatura

guardavo il mare

andare e venire,

andavo a vedere la tele,

i lanci, le azioni,

(ovviamente non sapevo

che allo stadio il resto della stagione

torturavano la gente

con elettrodi che scioccavano,

schizzavano a mille riducendo

le persone agli spiccioli di un incubo).

[...][1]

 

 

Una poesia di gusto similare, ma nettamente più decentrata da un lato verso i modelli  narrativi di certa produzione poetica inglese e americana, e dall’altro verso il gioco capitalistico/anticapitalistico (mercificatorio/antimercificatorio) che ha, per esempio, caratterizzato la produzione civile di buona parte della narrativa italiana degli anni ’90, è quella di Matteo Fantuzzi (classe ’79). Estraneo agli eccessi sperimentalistici (positivi o negativi che siano), Fantuzzi modula in una lingua plastificata e spesso sub-normale le esperienze di personaggi attraversati, da parte a parte, dalla condizione nevrotica insita nel disagio della postmodernità. La letteratura, modulata nel sarcasmo di chi vede un’imminente catastrofe, diventa qui sede immaginaria di un affioramento, o di un ritorno, del represso, e fittiziamente si spinge fino al punto di farsi complice verso tutto quanto incontro distanza, repellenza, diffidenza. Represso morale, represso irrazionale e, soprattutto, represso anti-funzionale:

 

Devi diventare più aggressivo col lavoro
perché oramai va forte anche l’usato
e un poco ovunque spuntano degli outlet;
devi andare (avrai capito) nei luoghi del dolore,
in clinica oncologica ad esempio, e dire:

 

“Lei è incurabile per caso? E quanto tempo ha a disposizione,
un anno? E alla bara ha già pensato? Io le vendo da 20 anni,
importo il legno dalla Svezia, sono bravo, costo poco”.

 

O ancora meglio ti dovresti fare forza e suonare
porta a porta nel paese, e chiedere a chi t’apre
se per caso è a conoscenza di qualcuno che sia morto
o lì per farlo o se quello in primis (pure in ottima salute)
non volesse già decidere la cassa.

 

Perchè tanto “quella” arriva e non fa sconti,

e per lo meno allora la tua bara sia economica e curata,

di buon gusto, fatta a mano, da un esperto del settore.[2]

 

 La poesia di Fantuzzi è probabilmente l’esempio più avanzato di questo versante e tende segretamente a consuonare, nell’uso perfetto di quell’escatologia a matrice postmoderna, col Montale narratore. Inoltre la rappresentazione, non del reale, ma della nostra rappresentazione simbolica di questo, si mostra pressoché totalmente assimilata agli schemi equilibratori che la stessa società dello spettacolo fornisce. La valenza compensativa che l’escatologia permette viene infatti esperita dai personaggi e dal poeta stesso, custode di un pensiero deviato e, a sua volta, assoggettato all’imperativo categorico mutuato dal sistema “televisivo”. Se pure il consumo, in senso stretto, è quasi assente da queste pagine, sono i suoi effetti quelli che vediamo sulla scena, disseminato in tante esperienze condannate ad un consenso privo di fondamento. Ognuno può riempire il suo vuoto come vuole (e lo fa quasi sempre con manie a cui assegna valore di religione), e la lingua inespressiva e monologica usata dal poeta diventa l’ennesimo riempitivo: tentativo di inquadrare la realtà mediante la rappresentazione simbolica di questa derivata dalla precomprensione spettacolistica. Ecco che l’accento forte che il personaggio impone sul proprio soggetto si rivela sempre mera compensazione di un’azione tutta esperita dal predicato, e non dal soggetto stesso, reificato e alienato, alla ricerca dell’assurda carta vincente:

Il portiere di riserva

Il portiere di riserva non esulta come gli altri
rimane fermo abbarbicato alla speranza
che quell’altro in calzamaglia se lo stracci un legamento
per entrare tra gli applausi, conquistare il proprio posto,
avere donne, case al lago, delle macchine potenti.

Avere gloria finalmente. Il portiere di riserva
se ne gira col cappotto anche di luglio per non prendere un malanno,
perché una volta era il suo turno, ma lui era a letto
con la febbre, ed entrato il ragazzetto degli under 18
strappò un 9 alla Gazzetta, ed oggi gioca in Premier
nel Newcastle, ed ha fatto anche la Champions.

E due réclames per gli shampoo.[3]

 Fantuzzi è l’esempio più alto di questo tipo di poesia perchè, mantenendo il gioco ad un livello di ambiguità estrema, condanna se stesso alla sparizione dei fini e si assoggetta ad un accrescimento straniato dei mezzi, fin quasi a far scomparire l’afflato civile. Se infatti pensiamo ad un’estremizzazione di questo tipo di poesia arriviamo direttamente alla pagina mercificata di certi autori come, ad esempio, Marco Simonelli (anche lui nato nel 1979):

In lode della girella

Lo strato marrone del cioccolato
artificialmente sintetizzato
s’attorciglia a spirale Pan di Spagna.

Non so se il gusto ci guadagna,
non conosco l’identità della sorpresa.
Quando fai la spesa la confezione è chiusa.

È una magna infanzia del soggetto
l’arrotolarsi al cuore del sapore,
concepire le ore come un’ansia
che tutto ti distacca dal perfetto.

Un simile prodotto di mercato
mi gira dentro al petto, nel costato.
Non l’ho desiderato il nocciolato
che cosparso di me sempre m’ammanta.

Sono stato confezionato
durante gli anni Ottanta.
[4]

 Anche qui siamo ben lontani dalle forme di una requisitoria moralistica, Simonelli infatti chiama a campione dell’orrore che analizza direttamente se stesso, e pone sulla pagina, fra le girelle, Beautiful e Marta Flavi, i luoghi alti della poesia (stesso movimento che, in un’ottica più moderata, usa Baldi). Ma se la tecnica del mescolamento è ovviamente fondante per questo tipo di poesia bisogna comunque essere cauti nel voler giudicar tutto dalla parte del comico, perché se è pur vero, secondo tradizione del rovesciamento, che il “basso” finirà la maggior parte delle volte col trascinarsi dietro l’alto, è vero anche che, sempre in un’accezione che ha comunque ben presente il filtro dell’ironia, la materia elevata può nobilitare il resto, se pur solo nelle accezioni del melodramma e del patetico. Se per lui valgono gran parte delle cose finora dette (abbiamo le stelle dantesche accomunate allo Star System e poi al dado Star; le signorine Buonasera che diventano delle Parche; Laura Palmer che si trasfigura nell’Ofelia di Millais e così via), abbiamo però anche un meccanismo di proiezione che non è più unilateralmente diretto, non va più (per capirci) solo dalla Tv allo spettatore, ma va anche dallo spettatore alla Tv, perchè «fessi saranno alfin coloro/ che per superbia o eccesso di decoro/ disgiungeranno il tu dalla Tv»[5]. È lo stesso materiale spettacolistico che, ad un certo punto, riesce a rivestirsi di connotati epico-tragici e addirittura mitici (ecco che il mito analizzato all’inizio riesce a tornare in un’altra forma), e ciò che all’inizio era sembrata la canonica impossibilità di trascendere, con un atto critico, l’apparato fittizio della società dello spettacolo, si rovescia: quell’apparato diventa l’appiglio al quale legare i propri fantasmi e, mediante ciò, sfocia in una grottesca epica personale e collettiva.

E visto che siamo all’epica mi sposto un attimo, prima di tornare un’ultima volta indietro di qualche anno, a due poeti che la interpretano in senso rinnovato: il bolognese Nader Ghazvinizadeh (nato nel 1977) e il triestino Luigi Nacci (1978). Il primo lavora all’interno di un montaggio di natura cinematografica e servendosi, da bravo chansonnier, di una versificazione in rima che sfiora l’oralità. Non racconta l’interno, la sua poesia è tutta spostata sul versante esterno delle situazioni poste in fuoco-fuorifuoco nel modello imprescindibile della “passeggiata”: bar, strade, luoghi:

 

Le mille miglia

 

Dai divani più scomodi del Nord-Est

le cene nelle vecchie cucine a gas

all’osteria dei cacciatori, i bar dei muratori

le trattorie dei camionisti, i paesaggi puntinisti

 

la sera si incontrano i pescatori

che hanno passato una vita a tirar su il pesce azzurro

che sarebbe il grano del mare

 

Liguria, lingua di liquerizia

Levratto, lepre, cerbiatto

 

la campagna in Italia scende sulle auto d’epoca

nell’ora dell’ammazzacaffè

 

è l’estate di San Martino

che riempie i tavoli dei bar di solitari

le quinte di teatro di Stradivari

 

sono i giorni della merla

che accendono le stanze alle prostitute

e i camerini alle sostitute[6]

 

 L’epica è quella del quotidiano trasfigurata nel valore simbolico e esperita, quasi sempre, mediante il punto di visti dei “penultimi”. È una poesia estremamente accattivante, ed è forse la poesia che ognuno vorrebbe leggere, rimbalzata in una pianura padana che si trasfigura in tratti parigini, nei colori tenui di Toulouse-Lautrec in un caffè-scuro di Amsterdam. Poesia di un melodista “innamorato” e romantico che costruisce paesaggi di cartapesta: teatro di burattini e mare d’inverno.

            Anche Nacci è un melodista, ma di tutt’altro genere. La scelta neometrica, per esempio le ottave di endecasillabi del Poema disumano, se da un lato segnala di un recupero della tradizione da intendersi non solo in chiave ironica, dall’altro riferisce di un conformarsi ad una condizione cognitiva prima ancora che sociale. La forma chiusa non fa riferimento solo ad un modo di essere al mondo, ma anche ad un modo di conoscere il mondo attraverso la simbolizzazione dello stesso. Simulacro di un essere assente, la forma chiusa si caratterizza come condizione in primo luogo di memoria, come ripetizione e blocco identificabili nei termini di “malattia”. Nel suo libro a parlare è una comunità, ma questa parla per autoriconoscersi fittiziamente, ritrova se stessa nella reificazione e da ciò trae il senso di sé come continuità, si “sa”, ma si “sa” come ripetizione, e dunque non può che autoriconoscersi nei termini di una sconfitta. La prospettiva di uno spazio d’azione non può che caratterizzarsi come “riserva” continuamente minacciata dall’esterno, sotto assedio. La frantumazione dei soggetti e della stessa esperienza, impossibilitata in questa sarcastica, terribilmente sarcastica, condizione apollinea, si ritrova nella condizione di un cadavere che fa riferimento all’Altro. Pur pienamente realizzata la condizione di dolore (del Corpo di dolore) invocata da Artaud, la solidarietà con l’Altro è per ora solo un’alleanza fra poveri, priva di quegli strumenti necessari per impostare una critica (una lotta) alla “maggioranza” in quanto si presta ancora al controllo di questa proprio in virtù della forma (in questo caso forma poetica) della sua derelitta e inutile protesta:

 

Affastellati in sudice suburre
siamo, sparpagliati e soli, in gazzarre
da vicolo. Qui, l’unico pericolo,
è scampare al pulviscolo corrivo
che scorre di casa in casa a corrodere
i bulbi oculari e a ustionare retine,
a prosciugare muscoli ciliari,
iridi, se quel che resta è ferrugine.

[....]

I nostri sono amori periferici,
troppo tisici per tenere testa
alla vita. Nell’ultima volata
rallentano, s’intronano al traguardo,
stanno attoniti, tonti, catatonici.
Lo sguardo di chi è rimasto di stucco
e il volto sudato. Il palato secco
del maratoneta mai arrivato.

[...]

Certi giorni Sior Morte gigioneggia

alla grande, sgiraffa leggendario

su gronde e graticcie agghindato in ghingheri

e s’aggiudica i giovini più energici.

Certi altri invece grufola e aggobisce,

s’aggira senza pace, s’inginocchia,

non reagisce, gracchia, guaiola, raglia,

tutto, pur di non partire in battaglia.[7]

 

            Vi è una razionalità tecnologica che funziona secondo criteri di efficienza e precisione e che, nello stesso tempo, è separata da tutto ciò che la lega ai bisogni umani e ai desideri individuali, interamente adattata alle necessità di un apparato di dominio onnicomprensivo, come la forma. La società industriale avanzata (volto assente del Poema), contrassegnata dalla razionalità tecnologica, funziona come un sistema che predetermina tutto a priori, anche i rapporti sociali e i modelli di comportamento: salda economia, politica e cultura e non permette la formazione di alternative ad esso. Le stesse stanze del Poema sono così avviluppate da una pulsione di morte. Ma la multimedialità salva il testo e riapre la speranza: il cd che accompagna il Poema disumano produce su di questo devianze letterali. La pluralità di voci, pronunce, errori, contaminazioni diventano spazio di azione e di apertura, la differenza si configura allora come atto politico che, nello spazio deviante del gioco, permette la formazione del dissenso. L’apollineo si ritrova sfaldato dall’interno. Decadono le stesse coppie oppositive che accompagnano la semplice lettura, il “noi” si apre possibilità di azione modificando le regole del suo gioco linguistico e, ponendosi oltre una teoretica dell’essere, attua la decostruzione dello stesso testo, lo parodia, ne mette in crisi pretese e autorità. La pluralità del suono si riflette dunque sullo scritto, pone su di esso un’epochè e ne attua una ricontestualizzazione infinita, non più ripetitiva ma cangiante, eccedente. La voce dunque, sciolta dal mito della sua “pienezza”, permette alla scrittura di creare differenza. Infranta la totalità del significato infrange anche la totalità del libro, l’accidentale fa il suo ingresso, esclude gerarchie tra i significanti in una “rete pluridimensionale” di rimandi e, nell’offrire punti di vista altri, apre lo spazio di una ricostruzione. È dunque lo stesso orizzonte del post-umano ad essere declinato in senso epico (ed etico).

            L’etica, certo, anche l’etica è un tratto costante di certa produzione poetica giovanile. Ma quale etica? Troppo diverse per sintetizzarle in un blocco unico, qui il problema forse smette di essere la poesia e diventa il pensiero, la capacità di rinnovare intellettualmente antiche forme di contestazione, e rinnovarle attraverso la forma: tanto, forse troppo, Pasolini fra i più giovani, filone anti-novecentista che dopo la sbronza intimista degli anni ’80 si rovescia in una prospettiva etica che esclude gli sperimentalismi ’63 e ’93 e non si accorge del fondo reazionario da cui è abitata e riprendendo, forse istintivamente, il vocabolario di certi colleghi dell’altra sponda (vedi Comunione e Liberazione) si dà a forme di anti-intellettualismo di ritorno: parla di stupore, emozione, vita, verità e bellezza. Ahimè, scriveva John Barth (uno dei massimi rappresentanti di quel postmodernismo tanto odiato da questi autori): «l’anti-intellettualismo, e anzi l’anti-intelligenza, hanno già troppi amici, non hanno bisogno anche di me». E poi, ma apro solo una piccola parentesi, la volontà comunicativa sbandierata come una spada è il solito atto ingenuo e, al fondo, autoritaristico, che mai riflette sul fatto che se davvero quella parola arriverà intera alle orecchie del lettore, allora sarà una parola immobilizzata e morta, sarà la solita forma che viene chiamata vita. Se devo pensare ad una poesia non banalmente etica o civile, una poesia che soddisfi, pur fuori dagli sperimentalismi novecenteschi, quella interna necessità di consapevolezza, per l’appunto, del ‘900, penso a Matteo Marchesini (un altro della classe ’79). La sua poesia è estranea al mito ingenuo di presupposti critici o ideologici comuni, perchè, come ha scritto una volta, «se ha ancora un senso rintracciare nei testi e nelle poetiche un contenuto di verità storico (e io credo di sì), non c’è dubbio sul fatto che oggi alcuni esperimenti subiscano un alto indice di storica falsità, proprio perchè il loro “spontaneismo di secondo grado” poggia su un rapporto immediato con qualcosa che, in verità, immediatamente non è dato affatto. [...] I congegni in versi hanno bisogno di apparire invece addirittura “oggettivamente” verificabili – e lo possono essere, però, solo se non rinunciano a quella dimensione di parzialità soggettiva, e mi verrebbe da dire a quel prisma saggistico, senza il quale il soggetto, scacciato dalla porta, rientra dalla finestra facendo le pernacchie». Anche Marchesini, in un certo senso, è un’anti-novecentista:

 

Il figlio alla madre

 

«Non ho mai conosciuto altro che questo:

ogni mattina rasentare i muri

di un bianco corridoio-reliquiario

come bestie impotenti, astute – vili.

Imparare il più cauto sillabario

e i movimenti secchi: niente ostili

soste alle soglie di una stanza,

né incerti fruscii che alle tue nari

tese di madre, morbide di moglie

rivelino la mia inerte tracotanza.

Qui non muta la regola

essenziale: esorcizzare

la condanna al reciproco ricatto –

isolarsi in soggiorno, aperto al centro

esatto il primo libro sulla mensola,

tenere il fiato finché ad un’assenza

meridiana e impercettibile di luce

la stasi incombe sull’appartamento:

passi interrotti tra camera

e cucina, abbandonato

un plaid azzurro in forma quasi umana,

e la metà spaccata di un arancio

spremuta sul lavabo.

E il silenzio è quello del tuo pianto».[8]

 

ma l’anti-novecentismo, ed è questa la grande differenza, qui non appare mai come facilmente realizzato: è vissuto come miraggio, come problematizzazione, perchè pur nella crisi, o nel rifiuto, del versante postmodernista, non c’è, né ci può essere, l’approdo alla semplicità o la frequentazione pacificata del vero (agio di stare al mondo), ma la ricerca spasmodica di un progetto che si trasformi in azione, oltre qualsiasi coazione a simbolizzare (sia la lotta o la vita), dove gli ideali non sono oggettivabili nella loro realizzazione, dove l’eclissi dei Fondamenti non è un alibi né per disperdersi nel nulla, né per darsi a metafisiche sublimatorie: anche quando queste sono di sinistra e di “contestazione”.

            Un altro poeta nei cui testi sembra di assistere ad una lotta fra novecentismo e anti-novecentismo (ma, si sa, sono solo etichette critiche e non possono spiegare più di tanto), è Massimo Gezzi (1976), sicuramente uno dei più bravi della sua generazione. Gezzi lavora su descrizioni a base oggettiva sempre impossibilitate a tradursi in laudi meramente descrittive. È all’apparenza anzitutto un poeta del paesaggio, ma lo sfondo spesso si tramuta in nota a margine, si fa simulacro di un’immagine in cui lottano realtà e finzione. La Storia diventa allora un problema, laccio e restrizione a un Io che, forse, vorrebbe fare altro, ma sa, serenianamente, che deve farci i conti, che l’innocenza sarebbe una colpa troppo, troppo, grave, e sancirebbe l’affiancamento a ciò che si era desiderato combattere:

 

            …ma

nella mia casa c’è un sollievo di pellicola,

il vuoto aggalla come il tondo

fluorescente sopra l’amo, il vuoto,

il silenzio di sasso che non si dirada –

                             

(fossimo piante per lo meno

tratterremmo nel profondo il gocciolio della linfa,

non il solido ossario delle cose, il marmo

dei pavimenti) –

 

A volte la sera sembra incline a spalancarsi.

 

Poi lo schiaffo dei treni lungomare,

le palpebre sfrangiate dei pipistrelli sui lampioni.

Le cose che tornano a covare le cricche

che improvvisamente le schiantano in due.[9]

 

            Diverso è il caso di Adriano Padua (nato nel 1978), decisamente più spostato nel solco dello sperimentalismo novecentesco. Tralascio per un attimo la consueta importanza del lavoro sul linguaggio, qui piegato alla propria trasformazione in “residuo”, e mi fermo a notare la natura ormai quasi paradossale (contraddittoria) di questo tipo di poesia, dominata dalle immagini e dei miti di una memoria del futuro e sempre alla prese con il tema classico della “caduta”, misura sul quale si compara il presente. Il problema non può essere inquadrato solo in una griglia razionale, ma è radicato anche in altre profondità, ed è un problema che ci conduce per l’appunto al cuore di particolari instabilità nel tessuto connettivo della cultura occidentale:

 

notte costretta in morsa di tenaglia
ferita a luce da coltelli stelle
colante di bagliore al riluttare
degli echi soffocati di calante
luna che crepa in quarti come musica
e creola s’assorbe di silenzio
parte di se negando agli spartiti
composti nel violarsi delle orbite

 

di rime nella mescola rimaste

intrise d’italiano tecnologico

a contestare al testo norma e forma

sincronizzate in loop al rituale

ripetersi narcotico dei suoni

che stona tramortite percussioni

nel riportare i versi fuori secolo

a tramutati metri e lingue e traumi[10]

 

 In questo tipo di poesia, al centro di essa, vi è sempre il buco nero dello sterminio di massa e il suo complementare opposto: il lager. Complementare per ovvi motivi, opposto perchè apriva il buco dell’irrazionalità nel logos occidentale mediante la strada del razionalismo estremo: mondo totale e coerente. Tutto ciò che viene dopo il lager, e questa poesia lo sa, conserva qualcosa di artefatto e di laccato: perdita del primato della ragione occidentale, e, di conseguenza, perdita del primato del linguaggio occidentale, che del lager è stato specchio e stabilizzatore. Se la struttura classica del discorso era legata ad un sistema di valori gerarchico e al tropo della trascendenza, si comincia (e si continua) nelle sgrammaticature e nelle forzature del linguaggio per opporsi, cioè per non riconoscersi e per non rafforzare, i portati di quella cultura:

           

Ai poeti sereni (a S.D.B.)

 

la vostra eterna quiete colloquiale
è requiem per le esequie del linguaggio
preghiera per un dio già morto che
si disfa che si va putrefacendo

 

sporcatevi le mani con il sangue

che il secolo riversa insinuato

nelle interiora dell’eternità

come un’infetta massa tumorale[11]

 

Retrocedo ora anagraficamente di qualche anno per parlare di quello che, a mio giudizio, è uno dei libri più interessanti di questi anni: Il cielo di Marte di Andrea Temporelli (pseudonimo di Marco Merlin, classe ’73).

            La poesia di Temporelli lavora sui concetti di tempo e gioia, dove la seconda si caratterizza come superamento del primo (luogo in cui colpa e violenza sono inevitabili). A ben guardare però questa poesia si incentra soprattutto sul problema del superamento della forma, e ciò continua a sembrarmi (si sarà ormai capito) una questione di importanza capitale, una sfida (anch’essa etica) che ha in sé dell’impossibile. Questo perchè la forma, detto in breve l’unificazione e l’attualizzazione posticcia che noi compiamo sulla realtà per poterci muovere in essa, non è un qualche chimera tirata in ballo da un ragazzino ungherese un centinaio d’anni fa, ma è un processo cognitivo che sancisce un fatto inquietante: la vita è in sé contraddittoria, si realizza nelle forme che sono la sua antitesi. Il cielo di Marte è un tragico libro sul tragico, attraversato da parte a parte dalla colpa di non poter essere fuori dal tempo, perchè il tempo, il divenire, è il non-consistere, e in esso non c’è giustizia. Nel tempo si è cosa fra le cose, il soggetto in esso non può individualizzarsi, può solo entrare in relazione, e ogni relazione è vista come una battaglia, cioè come un atto di violenza. È dunque anche un libro sulle relazioni, ma ogni relazione, se vuole superare il suo essere uno “stupro” (ed è uno stupro in quanto ogni entrare in contatto è un atto di “potenza”), deve spingersi al sacrificio di una delle due parti, al sacrificio del “giusto”. «Poiché prendi parte alla violenza di tutte le cose», scriveva 99 anni fa Carlo Michelstaedter, «è nel tuo debito verso la giustizia tutta questa violenza. A togliere questa dalle radici deve andare tutta la tua attività: – tutto dare e niente chiedere: questo è il dovere»[12]. Soltanto chi ha saputo trarsi fuori dalla dialettica del dare per avere può realmente consistere, può trascendere il tempo.

 

Verifica della storia

 

Sì, va bene, l’amore e tutto il resto,

ma qui fanno domande

precise, perché vivere non basta

e dio non è possibile. Da secoli

(Con questo inchiostro magari s’impastano

le loro voci? Presto

diventeranno calce senza eco)

Un confine, cos’è?

Un nome, lo spavento

di somigliarsi (Ora anche tu sei me,

proprio in questo momento)

                         

Dirai che non c’è storia e forse annaspo,

che la morte non è

un privilegio, ma un punto di vista.

Non hai scelta. Pensaci bene. Qui

con me a rispondere (Ma un comunista,

in cosa crede?) Diaspora

di un popolo minuscolo tra il sì

e il no dei questionari,

patria non c’è, è importante

trovare le pianure, i fiumi, i mari

l’Ossezia sull’atlante

 

Quest’anno da una terra di ossa piccole

cominceremo, poi

saranno guerre mondiali, problemi

d’ecologia, proposizioni astratte,

ricerche, controversie, dati, schemi,

un lessico più ricco,

eroi, battaglie grandiose e disfatte

clamorose (Non sanno

con che angoscia li fissi.

Per loro cominciare anche quest’anno

sarà molto bellissimo)

 

Muori dunque nelle tue presunzioni,

muovi verso di loro

senza il fardello di cui t’ammantavi.

Che cos’hai da insegnare veramente

se non lo smarrimento agli occhi avidi

di tutte le visioni

con cui porti l’offerta del tuo niente?

Che sia un plagio d’amore

questo mestiere povero

e splendido, la pasta di scrittore

cotta alle loro prove

 

Non credere, perciò, che queste frasi

siano embricate male,

la storia c’è, la torsione di voce

non è questione di stile, non più:

si rischia d’essere se dalla foce

l’io si apre nello spasimo

di congiungersi agli altri. Dire tu,

dire io, dire noi

non è atto di superbia

davanti a questi volti, purché poi

passi a virgole e verbi[13]

 

Ma le trappole sono ovunque, ed una di queste è proprio l’illusione di aver trasceso il tempo: «adesso, se hai trovato il luogo, l’ubi/ consistam del pittore. E non pretendi/ bravure. Volta la pagina, subito», questo perché trascendere il tempo, trascendere il luogo dell’inesistenza, non può voler dire creare forme, perché le forme sono solo l’illusione che il tempo ci elargisce, l’illusione, con effetti concreti e terribili, della sua non esistenza.  Ma frequentiamo per un attimo anche l’altro grande nodo del testo: linguaggio – nome – comunicazione. Temporelli si serve della critica del linguaggio sulla scorta della sua visione etica: i nomi sono anch’essi una forma, una sistematizzazione falsa del reale. Fare davvero tua la lingua di un Altro, comprendere realmente ciò che un altro sta dicendo, sarebbe come fare un passo in avanti, un passo in un’umanità diversa, oltre la forma e oltre la contingenza: entrambe foriere di ingiustizie:

La tenda di Mamre


Il giorno che sarà quel giorno
io vedrò spaccarsi i nomi
(in quale lingua potrebbe consistere
l’attimo della gioia?) Sarà il solito
vuoto a scandire il passo di chi viene.
E all’ombra della quercia, accanto al dio
che  sconvolge i pronomi
(anche se non esiste)
impareremo ogni cosa da soli.
La tenda darà un tremito alle vene.

Sarà un avvenimento strepitoso

il tuo sorriso. Il sangue abbatterà

i nostri corpi, credimi,

sentiremo la vita che ci chiama.
La voce che non oso
(Chi soffre di più? Chi ama?)
Quel giorno con il vento si alzerà
a fare terso il cielo. E sotto i piedi

la terra fiorirà con il tuo volto,
stupirà del raccolto.

(…)                            
Poi lasceremo insieme anche la tenda
quando ogni cosa dovrà essere persa
perchè più intera sia
nel fuoco che dà luce ad ogni male.

Farà di noi leggenda
la fiammata che sale
dal coro con gli amici che riversano
su di noi tutta la loro nostalgia.
Sarà questo il più caro dei preludi:

saremo moltitudine.



Siamo all’interno di un sogno di Assoluto, ma quello vero, non quello di volta in volta modulato dalle nostre precomprensioni del mondo (le forme), e non l’Assoluto romantico che, in quanto positivo, è già pronto a sfociare nella passività, nell’incubo della sua realizzazione, ma un Assoluto negativo, teso alla sfida contro l’inautentico: punto d’arrivo a cui tendere, ma da non raggiungere, pena la sua trasformazione in forma. Prendiamo un verso come «i segni, sono assenzio e terapia»: i segni, i nomi, le forme, ma tutto ciò che pretende di immobilizzare l’immobilizzabile, sono illusioni di essere, illusioni di consistere, e sono assenzio e terapia perchè sono “dimenticanza”. Ci appigliamo ad essi come alle ancora che ci salveranno, ma, in realtà, credendo di salvarci ci danniamo, rientriamo nell’inautentico paghi di questa illusione di autenticità, come una morte perenne[14].

 

Nel saggio che seguirà ci occuperemo di linee differenti da quelle finora trattate ma, concludendo questa prima parte, vorrei spendere ancora qualche parola su altri due poeti che mi permettono di delineare altre due prospettive, quindi, per essere coerente con quanto finora ho scritto, altre due mie forme. Da un lato Massimo Orgiazzi (anche lui del ’73) che, nel suo lavoro, prosegue l’ancor fertilissima scia della Satura montaliana:

 

            Le cose rimaste intatte

           

            Cos’è questa speranza

            che va oltre le partite a scopa d’assi,

            oltre i tuoi messaggini di ripiego?

            C’è il sonno dopo pranzo

            ora, un’insonnia che s’insinua cieca

            tra le pieghe di questo stesso letto.

            Ci sei tu che mi squadri per quell’asso

            giocato male e, prima,

            le passeggiate insieme

            là sulla spiaggia, i miei baffi di sabbia.

            L’assetto delle cose rarefatte

            È mischiare ricordi ed esigenze,

            rimuovere paure, ed acquisire

            resistenze; il quadretto delle cose

            rimaste intatte è dato da te,

            invece: porti addosso

            come abiti gli standard femminili

            di questo tempo,

            quando mi guardi e a scatti ti rivolgi

            al mare, sempre più finto. Virtuale.

            Poi, china, scrivi attenta al cellulare,

            mandi via i tuoi pensieri.

            Sempre gli stessi.

            Cos’è questa speranza,

            vorrei me lo scrivessi.[15]         

 

(linea forse non originale, ma sempre decisiva e probabilmente, in questi anni, insuperata sul versante del “quotidiano filosofico”), Alberto Bertoni (che essendo nato nel ’55 non è entrato in questa mia rassegna) ne è sicuramente l’interprete migliore.  

Dall’altro lato Giovanni Tuzet (1972), la sua capacità, ad esempio, di nascondere nel bozzettistico il gusto sottile dello straniamento e del paradosso, dove la realtà, tanto più si presenta Oggettiva e plastica, tanto più si espone all’esperienza nullificante che la conduce alle soglie del rischio della propria sparizione:

 

Grazie

 

L’evento: alla grande messa con il Papa,

lungo la spianata battuta dal caldo, dall’afa,

tre fedeli sono morti

 

Le cause: il caldo e l’afa – 

pudicamente, invece, i giornali

non trattano il destino

e dell’alta volontà non si sa

che dire

 

I precedenti: vengono a mente le scarpate

con i bus in fondo a picco

giù con i sassi i fedeli egualmente,

per il sonno fatato della guida, uno scherzo

di qualcuno – chiamalo Dio

o destino[16]

 

Tuzet ha molto del dadaista, la sua letteratura è una letteratura di sgambetti, ma gli sgambetti, ahimé, sono sempre fatti sull’orlo dell’Abgrund. È anche una letteratura del disincanto, ma un disincanto ironico e foriero di nuove utopie, certo distanti dai sogni sistematici e totalizzanti proiettati a racchiudere il mondo in un Modello. Sono sgambetti tesi a distogliere gli uomini dai loro «pregiudizi di realtà», e sono, in ciò, estremamente salutari (anche per il critico), come l’arma di un scetticismo che non vuol farsi disperazione.

 

…to be continued…

 

Mimmo Cangiano

           



 

 





[1] F. Santi, da Un giovane alto un metro e sessantadue: http://vertigine.blog.dada.net/archivi/2005-04

[2] M. Fantuzzi, Kobarid, Rimini, Raffaelli, 2008, p. 13.

[3] Ivi, p. 9.

[4] M. Simonelli, Palinsesti. Canzoniere catodico, Arezzo, Zona, 2007, p.

[5] Ivi, p.

[6] N. Ghazvinizadeh, Arte di fare il bagno, Bologna, Giraldi, 2004, p. 35.

[7] L. Nacci, Poema disumano, Roma, Galleria d’arte Michelangelo, 2006.

[8] M. Marchesini, I cani alla tua tavola, Borgomanero, Atelier, 2006, p. 35.

[9] M. Gezzi, Il mare a destra, Borgomanero, Atelier, 2004, p. 53.

[10] A. Padua, notte costretta in morsa di tenaglia: http://lellovoce.altervista.org/spip.php?article57

[11] A. Padua, Ai poeti sereni (a S. D. B.): http://lellovoce.altervista.org/spip.php?article57

[12] C. Michelstaedter, La persuasione e la rettorica (1910), Milano, Adelphi, 2002, p. 80.

[13] A. Temporelli, Il cielo di Marte, Torino, Einaudi, 2005, pp. 32-33.

[14] Molto difficile sintetizzare qui un pensiero filosofico complesso come quello di Temporelli. Rimandiamo dunque al nostro articolo, Il problema è il tempo, il problema è la parola, pubblicato alla pagina internet http://www.ilcielodimarte.splinder.com/post/10444800/Il+problema+%C3%A8+il+tempo,+il+pr

[15] M. Orgiazzi, Le cose rimaste intatte, in «Tabard», anno II, numero 6, Novembre 2007, p. 80.

[16] G. Tuzet, Grazie: http://servizi.comune.fe.it/index.phtml?id=1522

Precondizioni interpretative (o Nonostante la crisi) – di Mimmo Cangiano

Precondizioni interpretative

o Nonostante la crisi

[Note su alcuni poeti italiani nati negli anni ’70 – Iº parte/Iº puntata]

 

Pubblicato su «Atelier», XIV, 54, giugno 2009

 

            «Se c’è letteratura c’è critica; se non c’è letteratura la critica muore. Non è pensabile una letteratura che non sia nutrita di ragioni, quindi di ragioni critiche»[1]. Sono parole di Guido Guglielmi, inaugurando qualche anno fa, e sulla scorta del giovane Lukács, una letteratura (e dunque una critica) del “nonostante”, espressione di una comunità ermeneutica che, sempre più protesa (e come potrebbe, oggi, non essere così?) verso i propri interessi specialistici, prova, “nonostante” tutto, a fornire e delineare un orizzonte condiviso, benché questo sia scomparso, culturalmente parlando, almeno cento anni fa.

            La critica, si dice, è un atto arbitrario, e lo anche la poesia, e lo è anche, lo diceva Nietzsche, la filosofia[2]. Ciò non deve far gridare allo scandalo, perchè arbitrario in sé è naturalmente lo stesso atto linguistico, costruzione simbolica protesa nel vuoto, e nei cui confronti l’unico atto umanamente possibile è quello di rispondere con «un po’ più di critica», cioè con un po’ più di linguaggio. Se io ora mi appresto a parlare di nomi e di poetiche, se io ora provo a simbolizzare un orizzonte interpretativo, non lo faccio perchè penso di aver trovato chissà quale chiave: lo faccio perchè, nonostante tutto, devo continuare a parlare, cioè, in quanto essere umano, devo continuare a fare critica, anche se so che i simboli che creo sono solo simulacri, anche se so che forzo la realtà a un giudizio, anche se so che le mie precomprensioni (ideologiche, psicologiche, estetiche) si riverberanno sul discorso e lo faranno, per l’appunto, arbitrario.

 

 

            Qual è, in poesia, la prima conseguenza di ciò? Manca il Libro. La generazione poetica nata fra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’80 è incapace a riconoscersi attorno ad un autore, ad un volume, capace di dettare linee di tendenza condivise. La frammentazione che ne consegue rende automaticamente possibile qualsiasi linea di poesia senza che nessuna riesca a prevalere sull’altra: gli ultimi quindici anni di poesia non hanno nome (se non, appunto, “crisi”, frammentarietà”, “molteplicità”), il bailamme creativo rende possibile qualsiasi tipo di esperienza, ma, ed è un punto decisivo che però ora non si ha lo spazio per trattare, nessuna di queste assurge al rango di Novità. L’orizzontalizzazione della tradizione equipara quest’ultima ad un magazzino da cui attingere a piene mani, senza che questa operazione si configuri come dialettica, ma sempre invece come dialogica, e il dialogo, lo insegna Bachtin, esclude le gerarchie che sono indispensabili alla simbolizzazione, cioè alla comprensione.

            Qualcuno ha provato a fare “nomi” (come qualcuno ha provato a fare antologie), ma questi vengono immediatamente riassorbiti nel dialogo orizzontalizzato, nessuno è ovviamente più disposto a riconoscersi in un’etichetta, ma grava su tutto ciò ancora l’intuizione di Musil secondo cui le cose senza nome sono destinate a sparire. Perchè i nomi sono un violento atto d’amore: preservano l’oggetto limitandolo, lo rendono falso (perchè non possono contenere in sé tutto ciò che l’oggetto è realmente), ma anche gli impediscono di dissolversi nel vuoto. Allora, con la consapevolezza di questa violenza, devo provare a fare nomi.

 

            Cominciamo dagli “anziani”. Proviamo a sintetizzare due linee e istituiamo subito un parallelo fra due autori (nati entrambi nel ’69) che, a prima vista, paiono diversissimi: Marco Giovenale e Stefano Massari[3]. Entrambi operano a contatto con un materiale a valenza anti-storica che vuole richiamare sulla pagina un tempo che è assenza di tempo, una consustanzialità al presente come tempo del mito. Tale presupposto anti-contigentistico, anti-relativistico, è però esperito in modi opposti (sia formalmente che tematicamente). Nella glaciazione tecnica di Giovenale registriamo un tentativo di inganno propedeutico fatto ai danni del lettore. Il mito è sulla pagina, l’ibernazione formale della scrittura dà luogo ad una sensazione di unità, di pacificazione allegorica che sembra condurre alla definitività del senso, alla perennità della realtà e al suo contatto diretto e non mediato col linguaggio:

La casa una più lenta ossidazione
dovuta all’acqua (una
casa dovuta all’acqua).

Le viole corde delle luci
gialle – lontano la cucina -
diffratte una via l’altra vedi
le vedi più – da qui
alle mura assetate male.
La canna fumaria fitta, più
fradicia, per le vespe, i nidi – e ricresciuto
intorno il cerchio bruno, il nerofumo che ricorda
cera grigia delle labbra
del padre doppio che era esposto
alle ultime visite. Continua a piovere.

Soltanto variare vale, pensa
mentre quasi cade.

Poco prima di finire, si addormenta,

anche nel sogno piove[4]

ma è un’illusione: l’estrema nitidezza formale serve in realtà a mettere in risalto il vuoto da cui questa nitidezza è abitata. Il significato, che l’estrema icasticità verbale sembra rendere accessibile, viene continuamente rinviato, lasciato alla soggettività del lettore e dunque definitivamente allontanato dal territorio del mito che, naturalmente, non può ospitare tale soggettività: l’allegoria si rivela vacua e allora tutto improvvisamente si sfalda, resiste solo una costante inclinazione all’indeterminato, alle relazioni che compongono la realtà, che è l’esatto opposto dell’illusione del ghiaccio da cui si era partiti:

 

Già lo interessa intristisce il ritratto

come categoria della natura

morta, il giglio e l’unicorno

che eccedono i confini dello stemma

- ne rimase solo campo bianco

il filato misura di ombra

la miseria di tremare per l’astratto

per quanto già andato   profilo

sottratto[5]

 

Massari lavora a rovescio sulle stesse tematiche: la sua scena è anch’essa sottratta al rapporto con la quotidianità, ma per dar luogo a uno scenario terragno e infuocato, dove la parola non è mai ferma, ma è parola del limite, ricerca spasmodica di una parola ancora non esistente, ed è, in qualche modo, ricerca della parola primigenia, vale a dire ricerca di una parola che non significhi distacco o banalizzazione della realtà: una parola che va necessariamente presupposta, anche nella sua irraggiungibilità, per poter sperare di sottrarsi al meccanismo sottilmente perverso che fa dei termini dei feticci, dei simulacri svuotati di senso:

 

lontano cieli di ferro sei    la pelle delle case    l’alba scivolosa sulle strade che non sei    il ritorno        l’addio eterno    ma il pianto artiglio di mia figlia     mio olmo ricurvo dal più lungo gennaio    che nascerai domani e ancora e sempre    come vento sulle cupole    alto come il sole dell’allarme rabbioso e buio oceano    di grano    pieno[6]

 

Se Giovenale, ricorrendo ad un presente apparentemente immobilizzato, nega e mette in guardia dal rischio dell’immobilizzazione, Massari tende verso una poesia del presente (ma non dell’oggi). Il presente è per lui un luogo atemporale, custode di un’esperienza unificatrice, sacra e vera. Eppure si tratta al contempo di un presente minacciato da presso dal rischio dell’inautenticità, e ciò per Massari vuol dire rischio di un’esistenza all’interno della violenza, della retorica, della sopraffazione (vuol dire, in fondo, un’esistenza che equivale al non esistere, all’esser morti). Ma è al contempo una poesia che poggia le propria fondamenta su un paradosso: questa autenticità che non c’è, ma che va comunque presupposta per poter scardinare le strutture di una realtà fittizia, non deve assumere le forme di una sostanza concreta, ma restare meta e visione. Siamo forse alle pendici di un’ontologia negativa perché ciò che questa poesia considera come fine, come scopo, non è il confronto fra un’essenza persistente e autoritaria e un reale che in base a quella va valutato, ma è bensì il rifiuto della vita quale sistema illusorio di apparenze, dunque anche rifiuto dell’illusione del Vero, perché l’esperienza di questo Vero deve necessariamente passare per tutti quei territori che ad esso sono opposti. Ecco che le due poetiche paiono rincontrarsi nell’azione etica, perchè ciò che Massari definisce “vivi” nei suoi testi, sono appunto coloro che sperimentano su di sé il senso di incompiutezza, di totalità non rispettata, coloro che non credono mai di essere giunti al “vero” verso cui pure tendono disperatamente:

54. da te imparo   e apro   gambe cardinali  provo l’onda con il fiato e spingo come questo mare oscuro spinge te  totale e cerca l’esatta verticale

non ti tengo la mano non ti chiamo tremo imparo a fare piano [...]

56. da te imparo  che sangue curva come grano  scandito controvento disordine in cammino del destino  vita soltanto e solo in quel primo feroce legamento  poi nutrimento e resistenza  obbedienza e tempo fallimento



57. da te imparo  pura e semplice la furia  la carne  il nascere spaventoso all’inizio  poi precipizio soltanto  un urlo  l’unico possibile e impossibile

58. credo nel tuo corpo  e nel mio ora  cava sorella  ogni giorno che ti asciugo respiro e riposo  e tengo ogni tuo gesto  segreto e fedele  nel mio  piegato a tutto il tuo male  all’unico guado di cura offerto in un nome  in un’acqua e un dolore  permanente negli arti[7]

            Da una poesia che s’interroga (in primo luogo a livello formale) sui temi della Verità e dell’apparenza, che gioca coi territori del mito, che frequenta le zone della rarefazione figurativa, dobbiamo ora passare ad un altro versante, quello che Massimo Sannelli (a sua volte principale interprete di un’ulteriore linea di cui però già molti hanno scritto) ha un po’ dispregiativamente definito «quasi pop»[8]. L’autore che meglio assomma in sé le caratteristiche di questo versante è anche il più anziano del gruppo proposto da Sannelli: Martino Baldi (classe 1970). Seguendo la sua personale poetica possiamo infatti ritrovare la gran parte dei temi da cui questo versante è attraversato.

            L’universo di Baldi è l’inferno abbastanza tipico di un intellettuale dei nostri giorni che sconta in prima persona (e dunque al tempo stesso critica) un’ormai avvenuta colonizzazione della coscienza e dell’immaginario (colpevole di ciò la scena mediatica ma forse, si potrebbe dire, la letteratura stessa):

 

            Mio padre era un uomo libero

            ma io sono più libero di lui.

            Il giorno che l’ho ucciso

            era un giorno qualunque.

            Mi sono alzato presto, come al solito

            fatto partire Grace, ho acceso il notebook

            e messo sottosopra il frigo

            prima di tutto il resto che si deve fare:

            sciacquarsi il viso, radersi, spalancare le imposte.

            Il latte era finito; sono dovuto uscire

            per rifornirmi (non posso rinunciare

            a una colazione degna di questo nome).

            Mio padre, se ricordo bene, russava ancora

            ignaro nel suo letto

            mentre io, barbuto e accigliato

            trascinavo il sembiante verso la latteria.

            Pochi minuti dopo era già morto.

            [...][9]

 

La sua arma di difesa non è il tentativo di affrancare la parola (come avviene in Massari), ma è proprio il mostrare quest’ultima come parola di quel mondo che si vuole criticare, ma con una “leggera” (termine fondamentale per questo tipo di poesia) devianza dalla norma. Dunque o mediante un linguaggio sfacciatamente poetico o (ed è il caso più comune) mediante il riutilizzo schietto (dunque in forza di cose già deviato) di tutta una serie di materiali linguistici provenienti dal nostro mondo adornianamente organizzato: calcio, TV, internet, canzonette, ecc.

Il lavoro è qui in un meccanismo di denuncia delle perversioni del presente attuale. La poesia di Baldi rifugge dall’idea di Sistema, è tesa cioè versa una continua complicazione del campo visivo, “lavora” per aggiungere non per sottrarre. Il Sistema tende per sua natura alla chiusura, dunque alla necessaria esclusione di ciò che non rientra nei suoi assiomi di partenza, alla scrittura viene allora affidato il compito di mettere in scacco l’ideologia (in senso marxiano), che è poi una messa in scacco di ciò che si vorrebbe definitivo e valido per sempre. Si tratta di dare alla scrittura il compito di produrre la differenza. Tutto, in questa poesia, è infatti un inno al movimento, un atto contro l’uniformità, contro il costituito, punto di partenza necessario per la fondazione di un’etica “mobile”. La mancanza di un’ideologia rigida non può infatti voler dire mancanza di un progetto trasformativo della realtà, vuol dire prendere atto del nostro trovarci in un tempo liquido e frammentato che non può essere affrontato rifuggendo da esso, ma solo nella presa di coscienza di far parte della sua decrepitudine e degradazione. Ciò ci conduce necessariamente ad un poesia di tipo iper-inclusivo. Il poeta si abbassa comicamente al livello del mondo di cui parla (estraniandosene per dare un giudizio finirebbe infatti per costruire a sua volta un Sistema organizzato), e affastella i più vari temi sulla pagina: porno, cartoni animati, no-global, vegani, Abel Ferrara, Carmen Consoli, Brassens e via dicendo:

 

Il cielo in una stanza

 

Tra la dispensa e il tavolo

già apparecchiato, abbiamo

ballato un lento a lume

di candela. La cena

l’abbiamo consumata

come due viaggiatori

in un’oasi notturna

nel tinello.

Anche a rigovernare

nel metro quadro del

mio cucinotto

mi è parso di trovarmi

con te accanto, in riva

a un fiume nel Klondike.

 

Quando sei qui con me

questa stanza non ha più pareti

ma alberi[10]

 

 La rappresentazione non può essere gerarchica, le stesse scelte autoriali si trovano ad essere catapultate in un contesto dove saranno incrociate e ricombinate. Si costruisce un palcoscenico dove realtà e produzione artistica si trovano a giocare secondo le stesse regole, che sono, per l’appunto, le regole della contingenza. E ciò vuol dire minare dall’interno il significato della realtà, porlo sulle soglie del nulla, rivelarlo orizzontalizzato e, dunque, sempre suscettibile alla possibilità di un cambiamento, che è poi, politicamente, la possibilità del dissenso, non della rivoluzione, ma della sovversione.

È forse ora già possibile avanzare di qualche anno nella nostra rassegna (ma dopo torneremo indietro) notando alcune corrispondenze (ma è chiaro che qui non può trattarsi di rapporti di filiazione, ma solo di un comune operare). Se prendiamo un poeta come Luca Ariano (nato nel 1979) possiamo notare la stessa capacità figurativa che caratterizza la poesia di Baldi. Per Ariano il poeta vive in una condizione di registrazione permanente dell’esistente, non prende le distanze dalle cose, vi è piantato a capofitto e narra di un mondo decadente che per qualche strano miracolo non implode su se stesso. Compone la realtà come un collage, un blob, di cui fa parte, e si unisce ai burattini che disegna sulla pagina:

 

Passeggiare per le strade di Lomellina

 

Passeggiare per le strade di Lomellina,

nel silenzio di paesi

                    - carrellata d’un western-risotto -

rotto dal gorgoglio di chiuse

che lavano i campi.

Si scava nelle stanze della memoria

per ritrovare fattori e braccianti

con zigomi spezzati dalle bestemmie

e sotto le unghie ancora la terra:

non vi sono solo filari di pioppi

e gelsi ma rami, ormai incarogniti

dalle stagioni di falò per la notte

o zolle, sotto uno stormo di corvi.

Davanti a un sagrato una beghina

raccoglie una siringa ancora calda:

il viso d’un bambino ignaro

del timore di Dio;

la piazza è un salotto televisivo

e non rimane che osservare

la madre che coltiva i suoi fiori

al balcone,

nuove stelle sotto una notte di carne

o quel sorriso incrociato per strada.[11]

 

 Una poesia di detriti: uomini, cose e situazioni che stanno lì come relitti a cercare di spiegare qualcosa che è a metà fra la cupa disperazione e un vago malessere. Il crepuscolarismo da cui la poesia è attraversata è un’astuzia ferocemente ironica, uno smorzare l’invettiva nel tono agrodolce della stanchezza. Le cose di cui parla contano (molto!), contano i fiumi e le strade, le bancarelle e i pianti, la serie B e Yeats, contano i bar (si capisce!), le stagioni e i dolori dello «squallore della nostra sopravvivenza quotidiana», ma la forma è altrettanto importante, e qui ci avverte di un corto-circuito, un processo volutamente incompiuto fra il «cosa» e il «come», un impressionismo che, ormai definitivamente abbandonata la sua ascendenza pascoliana e ermetica, si ritrova privato dei propri temi naturali e si diletta di pittura a olio nell’androne di un condominio del centro trasformato in una discarica. Nessun indugio (o quasi) al bozzettistico però, fra il dolore per la vita e la gioia della scrittura si realizza l’ossimoro di questa poesia, contraddittoria come i temi di cui ci parla (oltre ai “moniti” civili assistiamo ad un notevole inventario di sentimenti, sentimenti che definirei “immaturi”: i personaggi di questi versi pagano sulla propria pelle lo scotto di un’esistenza dilacerata, aleatoria nelle cause, ma terribilmente oggettiva negli effetti). Un’affabulazione dolce e sommessa (non immemore di Gatto) che però, dato ciò di cui parla, non si permette né il naufragio, né quella dolcezza melica che in fondo ne sancirebbe la sterilità:

 

Colonne

 

                                            …di molti uomini le città vide e conobbe la mente

                                                                                                      Omero

 

S’avvampa la sera scarlatta

tra garrule ciglia e pannilana

(forse toscani del trecento)

coprendo Andromeda.

Si salgono scale scoscese

sgretolate in una sequenza

da “Le due torri” incespicando

in una CECItà – stappata

da una bottiglia

che ancora odora di sughero.

Filtra con l’umore della notte

il sapore di moka e il pensiero

di stagioni sclerotiche:

si sgomita sui Navigli tra bancarelle

e libri usati sino al sentore

di cioccolato delle Colonne

- vetri rotti di birra – ancora scodinzolanti.

Ore impure mai lavate da docce

disquisendo coi villani di paese

dell’Ispettore Derrik e del Tenente Colombo,

di Mazinga e Holly e Benji

balzando sulle prodezze del Napoli di Maradona

e chiusa la porta parlare con una coniglia

per non macerarsi nel battito di Leviatani

e Ciclopi aguzzi nel vento.[12]



[1] G. Guglielmi, Crisi della critica, crisi della letteratura: http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2000-ii/guglielmi.html

[2] Cfr. F. Nietzsche, Al di là del bene e del male (1886), Milano, Adelphi 2003, pag. 7:

«il pensiero cosciente di un filosofo è per lo più segretamente diretto dai suoi istinti e costretto in determinati binari».

[3] Trattiamo questi due autori, benché non nati negli anni ’70, in quanto, a nostro giudizio, espressione migliore di una determinata tendenza della poesia contemporanea.

[4] M. Giovenale, La casa una più lenta ossidazione, in «Nuovi Argomenti», quinta serie, n. 24, ott.-dic- 2003, pp. 247-248.

[5] M. Giovenale, Il segno meno, Lecce, Manni, 2003, p. 52.

[6] S. Massari, Libro dei vivi, Bologna, Book, 2006, p. 15.

[7] Ivi, p. 39.

[8]M. Sannelli, Intervista a cura di Christian Sinicco: http://lellovoce.altervista.org/article.php3?id_article=541

[9] M. Baldi, Capitoli della commedia, Borgomanero, Atelier, 2005, p. 9.

[10] Ivi, p. 34.

[11] L. Ariano, Bitume d’intorno, Lugo, Edizioni del Bradipo, 2005, p. 18.

[12] Ivi, p. 33.

LiberInVersi (prova a) ricomincia(re)

Non è il mese adatto, non ci sono stati preavvisi, non c’è, con tutta onestà, un piano preciso per la strada da percorrere. I dati di fatto sono che LiberInVersi ha chiuso un anno e cinque giorni fa e che l’ultimo post da intendersi come tale risaliva alla fine di agosto del 2008. I dati di fatto allora come oggi sono costituiti dall’assunto secondo cui rimane complesso essere «presenti», in tutti i sensi: nella realtà fisica, per cominciare. Occupare un posto, un luogo è tra le più grandi questioni (nell’opinione di chi scrive) dell’evo contemporaneo. Sia esso inteso in senso geografico (migrazioni, xenofobia, povertà e gradienti di ricchezza globale), comportamentale/interrattivo (siamo sempre attenti ?), identitario, storico. Anche occupare un posto nella rete Internet è complesso: lo abbiamo appreso nelle esperienze ormai passate. Essere presenti richiede impegno, spazio, tempo, risorse. Oggi come ieri il primo problema di LiberInVersi rimane quello di trovare una soluzione all’equazione tempo/risorse/disponibilità e con questa soluzione creare valore aggiunto: qualcosa che rimanga, che lasci un segno, che divenga a sua volta risorsa e non sprechi nulla: non butti via niente, ma che al contempo sappia valorizzare ciò che merita di esserlo, contro la perdita di tempo e contro l’utilizzo dello stesso solo in senso utilitarista.

Per questo LiberInVersi non ricomincia, ma «prova a ricominciare»: dove erano apposti i nomi dei membri della redazione ora vi è la questione. 

Un primo tentativo di risposta è la definizione del possibile percorso. LiberInVersi si occupa ancora di poesia, ma non si restringe ad essa. Intende sfruttare in questa nuova formula e versione tutto lo sfruttabile della comunicazione in loco riducendo i passaggi "sottobanco". Non più quindi la ferrea regolarità delle uscite, ma il dialogo progressivo tra un post e l’altro. Il fulcro dello spazio è, rimane, la lettura: a differenza di prima però non ci si impone di sviscerare il testo per «smontare» la poesia contemporanea, ma ci si propone di «trovare il testo». I metodi per farlo si prefigurano complessi, ancora da costruire, ma passano appunto per il dialogo serrato, se funzionante, se con successo, sulle pagine. Per concludere l’idea sarebbe quella di trovare il testo che in qualche modo recuperi contemporaneità e realtà.

Si comincia da subito, ovviamente. I commenti, i post successivi, con il massimo sforzo di creare comunque un ordine: un percorso reversibile, un po’ come si leggeva in un commento all’ultimo post di prova: che si continui a leggere i testi e i commenti di un blog chiuso è un risultato notevole. Si può ritornare, si può usare, si può «prendere» in tutti i sensi. Per una cosa simile vale la pena di (provare a) riprovarci.

LiberInVersi non riapre e continua la fermata

Contrariamente a quanto annunciato il 3 agosto scorso, a seguito di un confronto di redazione si è deciso di non riaprire LiberInVersi. Le ragioni che sottendono questa decisione, che peraltro ci si augura dovrebbe avere effetti solo temporanei, sono di natura operativa e contingente. Al di là delle difficoltà gestionali pratiche di questo particolare periodo di tempo, come già discusso anche in uscite precedenti, durante il confronto è risultato chiaro come le riflessioni sulle scritture (in rete e non), proiettino per tutti l’attraversamento di una fase che nella valutazione dei redattori richiede un ripensamento dei modi e dei tempi dell’approccio alla scrittura e all’espressione poetica. Tutti sono stati unanimi nell’affermare che possibili facili entusiasmi inziali e fisiologici si possano in qualche modo essere spenti e che, onde evitare l’estremizzazione delle derive verso «l’hobbismo della scrittura» e l’inutile ripetizione dei contenuti, si renda opportuna una pausa di riflessione. Oltre a consentire il passaggio ad una fase di più semplice gestione e un possibile ripensamento della formula, la fermata di LiberInVersi è anche un momento di silenzio che bene si adatta, nella visione della redazione, all’attuale percezione di stanca associata al fenomeno delle scritture in rete. Con l’auspicio quindi di riprendere le attività nel prossimo mese di Novembre, segnaliamo che dopo tre anni di continuo lavoro (se così si può definire) LiberInVersi si ferma a tempo per ora indeterminato. La speranza è che la redazione si ritrovi unita al termine del periodo per proseguire magari in forma diversa il lavoro cominciato tre anni fa.

Massimo Orgiazzi

LiberInVersi non riapre e continua la fermata

Contrariamente a quanto annunciato il 3 agosto scorso, a seguito di un confronto di redazione si è deciso di non riaprire LiberInVersi. Le ragioni che sottendono questa decisione, che peraltro ci si augura dovrebbe avere effetti solo temporanei, sono di natura operativa e contingente. Al di là delle difficoltà gestionali pratiche di questo particolare periodo di tempo, come già discusso anche in uscite precedenti, durante il confronto è risultato chiaro come le riflessioni sulle scritture (in rete e non), proiettino per tutti l’attraversamento di una fase che nella valutazione dei redattori richiede un ripensamento dei modi e dei tempi dell’approccio alla scrittura e all’espressione poetica. Tutti sono stati unanimi nell’affermare che possibili facili entusiasmi inziali e fisiologici si possano in qualche modo essere spenti e che, onde evitare l’estremizzazione delle derive verso «l’hobbismo della scrittura» e l’inutile ripetizione dei contenuti, si renda opportuna una pausa di riflessione. Oltre a consentire il passaggio ad una fase di più semplice gestione e un possibile ripensamento della formula, la fermata di LiberInVersi è anche un momento di silenzio che bene si adatta, nella visione della redazione, all’attuale percezione di stanca associata al fenomeno delle scritture in rete. Con l’auspicio quindi di riprendere le attività nel prossimo mese di Novembre, segnaliamo che dopo tre anni di continuo lavoro (se così si può definire) LiberInVersi si ferma a tempo per ora indeterminato. La speranza è che la redazione si ritrovi unita al termine del periodo per proseguire magari in forma diversa il lavoro cominciato tre anni fa.

Massimo Orgiazzi

Fermata Estiva per LiberInVersi

LiberInVersi chiude per ferie

Come di consueto anche quest’anno è arrivato il momento di una fermata per ferie. La programmazione convenzionale di LiberInVersi riprenderà Domenica 31 Agosto. Come alcuni sapranno (per essere stato in parte condiviso on line negli scorsi giorni) è in corso nella redazione un dibattito sulle possibile linee evolutive (o almeno sull’opportunità di queste ultime) per il futuro di questo spazio blog che pochi giorni fa ha compiuto i tre anni di attività. Con l’augurio quindi di buon riposo a chi avrà l’opportunità di una vacanza e di buon lavoro a chi continua la propria attività, l’auspicio è quello di incontrarci ancora su queste pagine a fine agosto, magari con nuovi progetti per i mesi a venire.

mo

Fermata Estiva per LiberInVersi

LiberInVersi chiude per ferie

Come di consueto anche quest’anno è arrivato il momento di una fermata per ferie. La programmazione convenzionale di LiberInVersi riprenderà Domenica 31 Agosto. Come alcuni sapranno (per essere stato in parte condiviso on line negli scorsi giorni) è in corso nella redazione un dibattito sulle possibile linee evolutive (o almeno sull’opportunità di queste ultime) per il futuro di questo spazio blog che pochi giorni fa ha compiuto i tre anni di attività. Con l’augurio quindi di buon riposo a chi avrà l’opportunità di una vacanza e di buon lavoro a chi continua la propria attività, l’auspicio è quello di incontrarci ancora su queste pagine a fine agosto, magari con nuovi progetti per i mesi a venire.

mo

ANGELO PETRELLI – MOLOKH

15.

 

e la stessa cosa è per quel lieto fine: nell’attrazione

di una città ridotta, a portata di mano, di minime architetture

– anche sessuali chiaramente – in aut/aut di risposta

una qualche fase accomodante della nostra posa,

un profilo messo alle spalle, somma e commozione/

segnale senza intoppo/ certezza/ cronaca di per sé morale

variazione in corpo, in vita / minaccioso esilio / compromesso;

 

 

19.

 

e se il problema è definire il canto: la spina alla rosa, l’ascesa

il climax podatus forse cursus la musica il caos [intendo naufragato] nel petting costretto in curvezza [genuflesso]

ancora meglio sinuata la m in me immersa!

e se sono io la materia il defecare, insomma la scarna evidenza: lo scarto, l’indecenza, lamentoso al battito come a protendermi, immobile poiché in loci, vibrante instabile in struttura:

sorraso da un tocco di fune risuono scavato a mio dire vuoto,

spesso a dormire sogno un tonfo dimesso – pauper ti dico, infirmi!

e così datato in fondo all’ascesa sempre più vecchio:

e ambulante dove nulla accade perché non-sense

sia già accaduto immoto il fato del fottimento;

la sordida sorella che non ha padre, e non ha sete

della pessima madre che non cade: sinus sine sitis?!

 

 

20.

e aggiungo un nome all’elenco – al tenero mattino

alla sua esigenza, invoco il docile Ipso fratello;

Ipso dunque: very like a wake – ma lacerato, interdetto,

aperto come un sudario, striminzito insetto δ già vecchio:

 

sono ricordi del tuo ingegno, indistruttibile tristezza

i fiumi di sabbia che per tutto quello che va dato,

che finalmente sopra di te, sono paesaggio: Ipso gettato oltre

il golfo morale mentale, spalancati gli occhi tra gli alti gorghi

che non piangono, iride azzurra e amianto, spasmodico intelletto, gioco silenzioso oltrepassato; mitica miniatura, covami

ancora, quasi indecenza. Non potrò pregare per pietà borbottando, se proprio non potendo, rendendomi il passo

più felice dello stesso soffio, non far caso alla mia mano

ma solo la voce quando il giorno sarà domani,

ascoltandolo bene, quello che ho da dire;

 

che i fradici fangosi spazi oceani fatti i loro stracci

saranno all’asciutto, cadendo al disotto del corpo

misericordia che non perdoni hai spolpato il rosario,

il frammento sfruttando la radice: contro l’aria hai edificato

il regno e la ragione e per lasciarmi vivere ti cito scellerato:

« is recte laudari sese, cui nemo alius contigit laudator» ;

ossessione dico! ecco. obliquo al meteo dei miei tempi, variante:

«ora devo» alla pioggia alla kaf che segna il movimento, K. giusto sia che vada. andante. no? ergo est? K? tra la terra e il cielo.

 

 

27.

 

e che fai di questi, del tuo spazioso corpo, del semplice

dialetto d’avere ragione, agile, oltre ogni dire di tanta coscienza,

o della tua dialettica-spirituale, della tua situazione-troppo vicina

alla frangia e al dente, dell’acqua sporca evasa dal cuore;

viso del tuo fenomenico moto, dentro la scia che indugia,

[ammiccante?

 

[…]e ricorda che non siamo noi quel fluire – che sento –

tra pieghe di terra, il venire meno, tra groppi di sangue

– degli ampi gesti – della stessa terra/carne,

che di stagioni scomparse, l’avvento senza frutto

né dell’uomo l’ultimo slancio: né dei ricordi di musica

la scena né dell’ombra messa alle spalle questa espressione:

 

– anche se tardi, nella tua sporadica febbre: – emergi – come

di un altro fatto di fuoco, perdutamente argomento,

che per quanto minato nel suo confine effranto, usato all’infinito,

alla foce ascolti: arma orientata, cremazione: universo sempre

più semplice. sibilo Altissimo – emergi – dal non detto; 

 

 

31.

 

e così, dov’è l’abisso delle cose più lievi?

 

sotto l’enorme cadavere della tua mano

che mai vorrà dire l’opera nel suo pronunciamento

di fasi e preghiere? E nella nube del sorgere

queste litanie costrutte, o le altre minime vocazioni

che non dimentico/che tra il vago e il folto – si dicono –

passione: che sono foreste di pensieri, sistemi di beltà,

o sono pretesto?  – e cosa sei del vero, dimmi –

forma dunque del forse o del certo?

 

36.

 

e ricorda che a quel perdono che potranno

negarci – a dirlo tutto, per il più e il meno –

e di altre ragioni poi, come questo chiodo che batte

se stesso: che nessuna parola da salvare sarà come

il nostro ingegno di farci sfuggire – può bastare,

alle lusinghe, solo al correre elegante, all’andare

di civette sontuose nella notte(lontano)/lontani da te/

lontanamente il tuo punto: nella traiettoria del restare

soli, nel finire di erranze – tu renitente perdono

tu che lasci finire le attese e concludi – sei la nascita

di tristezze, che vedi, e stra-vedi nell’onda lunga

che ne segna l’avvento e l’ora che cancelli;

 

 

 

45.

 

un fiore che quindi è un dilemma: che chiaro è all’oggetto

[ l’affezione il tormento:

nei cunicoli d’erbaccia del cimitero archetipico λ dimesso

[ l’arcipelago neonato

e che dunque partorisce nel suo ghetto monosillabi [ mo-lo-kh ] 

che realmente spiacevoli vagamente vocaboli ipsissima verba

sono il sogno di Ipso, sono le trombe che vogliono salire

piangere la pietra e i mille anni di pioggia propedeutica

categorischer imperator divus che sciogli la fune nel taglio

del presente tu predicato onnisciente verdetto et acumine;

 

oh sociale placenta pitico gioco indovino – insomma –

colpita al cuore alla testa al sudore; pulsus imaginum profetica!

 

O. dunque O. per ciò che non volendo è stato fatto – dico –

come vollero in effetti salendo al tuo ingegno

le trombe (λ) bastonando la coda e il sale allo schiaffo del mare

sub specie mortis et corporis bianca lebbra del Gebel in tenui cipressi romani di vermi accilindrati oh serpi sodali lavoratevi

il busto il collo la mela macerata la meta invernale distrazione

coito cogitoso neve ingiallita che sai di ammonimento:

O. che sei morte a maggior ragione  per te ho inventato quest’atlante senza coscienza  – voglio dire – ritrova

la Tua tristezza dettane il passo così come sembra: 

 

questa sarà la presenza: quel gesto chiaro, dissoluto

da mostrare, da montare, almeno nel vuoto un movimento:

su questo intendo soffermarmi, sul tempo

con non esiste, che è molteplice se non lo guardi,

e che di certo non regge tutte le masse gettate

nel suo campo, le apparenze scese per spazi: percependone

il fuoco / il volgere della febbre: le lancette, il percepire e il darsi:

 

62.

 

e non sono io a mettere la maschera del matto

nel dramma di questa passione/ del confuso

massacro che ti ho sentito declamare, nell’imbeccata

dell’effetto tragico che deve far soffrire: vorrei

sottolineare le masse nel lamento – proprio quelle – l’eroe

cosparso di cenere e che ha perso il capo/ e di altri crimini

poi la tua figura che oltrepassa lo slancio e trascende

 

 

 

 

Angelo Petrelli è nato a Roma nel 1984. Vive attualmente a Lecce. Il suo esordio letterario risale al dicembre del 2004 con la silloge poetica Elegia (Besa editrice, Poet Bar / I Poeti). Nel settembre dello stesso anno ha fondato «L’Alter Ego», periodico indipendente di estetica e cultura letteraria che tutt’ora dirige e promuove in totale autonomia sul territorio salentino.

 

MARIELLA BETTARINI – ASIMMETRIA

da Per mano d’un Guillotin qualunque

 

(Edizioni Orizzonti Meridionali, Cosenza, 1998)

(1992-93)

 

 

 

IV 

 

va’! – per sempre vai

mia esile rampolla come (nocchiera titubante)

andavi quell’agostana staggia di tempo

con la giovane nuca vòlta a est – vòlta ad ovest

e il solo orientamento d’un lastrico

di zolle e il passo

di tre balordi adulti che messi insieme

non ne fanno uno

tu guardandoli e la decisa piccola testa

che dice sì – dice no voltàta al mare – rivòlta alla campagna

sedizioso ricovero di pennuti pensieri

di giganti figure d’alberi e di leprotte

fedeltà da lobo a lobo – come muovi la testa – e

possibilità cospicue e molte facce di noi

             noi

che ci srotoliamo avviticchiando male

le male teste a un collo di gallina

o di struzzo

      o di gru

 

 

 

IX

(per Ernesto Balducci)

 

un punto al di là del quale

lui è per sempre di sé (di che cos’altro?

luce – luce)

      nervi infiammabili

rari errori (ora) nel perseguire puntare inquisire (quasi)

ogni punto del foglio o del fogliame

che nero spunta ove suo corpo appare

mobilmente incauto – fisso a sé – alla cosmica storia

in quel suo dire e dire grommoso ruscellante – mai

in forse dentro la forma – in forse sempre

negli sponsali col dubbio

nell’amorosa serpe

d’un progrediente ragionare a blocchi di ma-se-forse

testa estrema – irrigidita (ora mai dunque)

               mai così

fluida – insinuàtasi nel vivo di chi è vivo come in questa

sua fase terrestre – fase ultima

prima d’una conoscenza in altro sito

(vuoto di clessidre) ove la testa è

corporeo cosmo e questo

insensibile transvolazione e ciò nòmasi

con nomi per i quali la mortale favella

di nient’altro dispone se non

d’un tacere obbediente – di un pargolo assenso

e di una parva parva licitazione

 

 

 

XIX

 

dolore delirante

diceria dell’untore

vita troppo distante

dolenzìa spaccacuore

tenebra desolante

passio senza sapore

rancore passivante

frutto grigio incolore

ordito d’un orrore

traversìa lancinante

lemure – lonza – larva

limite e lungo lutto

latte lento labiale

letto limbico tutto

lutulento di sé

                        non mai

ludica lotta

lisca – lista – languore

dolore nella testa

nella testa dolore

 

 

9

(giocare di testa)

 

metti un Wittgenstein o un Böhr

a giocare di testa

                              una Weil – una Arendt – una quinta

o una sesta mentale potestà:

vedrai che il mondo resta

com’era fatto prima

eppur niente com’era prima

resta

 

 

 

22

(giurare sulla testa di qualcuno)

 

fan mozzare le teste i giuramenti

 

figli nonni nipoti zii parenti

làsciali alle lor zucche:

se nessun capo tu non giurare

                                                astienti

 

28

(testa del femore)

 

anche le gambe hanno una

testa?

           hanno la testa

gambe? extrema ratio

rompersi quella testa:

                                    costretti poi

a andar su bastoncelli

                                    quanto sia duro l’osso

(e quanto poco duri) conoscono quei tristi

quelle vecchierelle scostanti (e quelle

garrule)

 

                il femore è sovrano

a certi vegli dal sì corto

lume

            pur se di testa fragile

di facile frantume

 

 

 

****

 

 

 

da Trittico per Pasolini

(1975)

 

da ALMANACCO DELLO SPECCHIO   n.8

(Mondadori, Milano, 1979)

 

 

I

(…)

la terza ruga è quella del «ciao». Sul monticciolo l’ho lasciato che riprendeva la via di Roma. Batteva frenetico Cecil Taylor il pianoforte avevo levato la coccarda. Gli passai un fascicolo di versi (pensai che potevo). Non avevo più dato così niente a nessuno da anni (stavo invece ricevendo avendo saluti versi). M’era venuto pudore di quel gesto però ti passai i fogli. Tutto il festival – a ripensarci – è già nel mito; l’Italia quotidiana è un’altra cosa: squallida malata senza ciabatte più – donna grassa per l’anemia mamma matrigna scarpa di vergogna.

 

                                          Eri uno dei nostri

tiepidi padri vestito da ragazzo? A ripensarti direi di sì. Sono rimasti qua zii astenici – limoni acidi – e servitori della menzogna: le comparse che beffeggiavi – parenti borghesi (asfittici) – teste coronate – i digiuni d’idee. Hai  fatto il vuoto intorno. Ora hai un corpo da più di mille chilometri – che si ghiaccia.

 

                            Di te tutto il bene

tutto il male (molto onore se hai

nemici: aspetto oscuro dell’onore

dell’amicizia. Molto onore se hai

molti amici invece). Onore-amore non

mancano. Trovato il corpo, lo si ricopre

di gloria e parole anche per la (malcelata) gioia

di esserci levati di torno un chiacchieratore

                                                                      gelosi

della tua bocca – dell’occhio-pirata

scarnificante.

 

                      Una Italia ha tirato

un sospiro grosso

                             l’altra

ha respirato piano ti ha guardato

e si è messa a piangere

                                      quella

dei discoli dei caldarrostai

dei mescitori di vino degli emigranti

dei paria dei mancati papà per motivi

di calore.

 

                  Vivo

che muore perché è vivo.

 

 

 

 

*

            Majorana sparito Fermi

  volato via sparatosi Pavese trucidato

  Pier Paolo: scema l’Italia

  di tacchi a spillo di aspettazioni

  di concessioni di falsi boom (vennero dopo

  i veri)

              scema l’Italia

  di mia nonna Debora aperta nel futuro

  stranamente parente a lui per la faccia

  di proletaria cattolica proveniente

  dal buon humus terrestre di Galceti (circondario

  di Prato).

 

                 Avrei dato volentieri

  diec’anni di questa vita

  («non dire baggianate. Diec’anni!»).

  Ma che anni – cento o dieci – ci guardano

  in faccia…

  (…)

 

 

*

ma poi che dirò di te sparito a milioni di volts

all’ora

            che dirò

di un elenco d’oggetti di circostanza

assegni giubbotto anello ematoma fisico gomma

gli ha schiacciato il capo – perché

l’ha ammazzato? furto d’auto G.P. minore

cranio sfondato tavole di legno su testa

lungamente pensante ingrigita

nella rena dell’arenile – colluttazione ore

ventiquattro molto orrore ragazzi di borgata

lo scrittore fa lo scrittore – il bambino

fa il bambino – l’imbianchino fa l’imbianchino

 

… sì  che  ne  restano  fissati  i  giorni

passati e neri e tutti i presenti come stampati

a caldo o sottopressa di quel sei di settembre

a gol’aperta e ostinazione (arena Telefestival

già gremita: dibattito sui giovani e gioventù

a capannelli a crocchi) l’accostarmi il «ciao»

il perderlo il puntarlo ancora il «ciao» di nuovo

la confessione del dialetto

come di una dialisi per il rene malato (cure

mai ricevute)

 

                     un ghiaccio per i canali per i vasi

del futuro assassino non dietro te per i viali

del festival ma acquattato dentro le canne

giovane – l’altro – non da capannello o crocchio

ma da lunga sequenza nel bar e capace di tali

orrori da impietosire i benpensanti.

 

                                

*

quei fumosi giorni in cui

tutto brucia e sopra tutto brucia

la riga delle foglie per terra

da per tutto il filo rosso la faccia

triste di Pier Paolo che dice  «salvami!»

a me impotente affannata e spenta piena

di pensieri sulle sorti del comunismo

e sul consumismo che spenge anche lui

ora dantesco pallido

 

                                 sui rami

ci sono i diosperi – penso di dirgli – e il bruciato

mi rode in gola.

 

                          Risponde

che non li vede – guarda un altro genere

di stagione con altri diosperi e specialmente

senza bandiere con nuvole alberi senza rami

vallette buie e un uomo

                                      che insegna lo swaili

 

 

II

 

libro da libreria

o uomo vivo

                    carta

o carne – occhio marrone

o gorghi d’inchiostro

- da quale parte

te ne sei andato?

 

                          non è possibile

saperlo se qua restano

cestole

            che non parlano

o – se parlano – parlano

solo come stracchi pappagalli

e scimmie di te – nastri

copie – ripetizioni – ormai

solo oggetti – carte

dans la mer(de) de la mode

 

 

III

 

ossigeno in cuore

e mano manca.

                          il mese

delle pesche ricerca

il mese duro il mese

piccino.

             e ancora

risalgo a te ma da una parte

altra del mondo

                          questa volta

dal triangolo di un Sud

afoso

            da un triangolo australe

ma meno nero dell’Africa

da un triangolo americano

e – in questo caso – da un Brasile

magro e dolce.

 

                     chi sa perché

parlo a te

                ti  penso

ti faccio domande

                              ti porto

nell’ossigeno

di questo muscolo.

                            (eri la mia parte

calma? la parte

dimenticata?)

(…)

 

                       eri l’Africa il Brasile

le musiche vecchie

del soul (già vecchie!)

senza niente estetismo

                                     niente

esotismo ma duredure

come a me piace da rossa

e vergine comunista che fino a ier l’altro

parlava di patimenti.

 

                                  chi sa perché

parlo a te ora

                       ti penso

                                     ti prendo

da sotto quella terra

del rimorso e della vergogna

che è il Friuli

                      dopo il sei di maggio

(sei un Terzo Mondo sepolto?

un terzo sesso

                        vivo

un «terzo» da poker

un terzino da partite

scassate? Il Brasile è il paese

del calcio).

                   mi pare di capire

così poco i perché ho messo la tua

faccia davanti

                        e ti guardo

spesso e tengo i tuoi libri

 

dalla parte destra

del letto

              dove dormo

sotto i miliardi di fuochi

e dentro la visione di un paese diverso

che non sta a me sola fare

ma che sta anche a me.

 

                                          è un’estate

dolce – inutile fare – dolce.

quando penso che a Roma

non ci stai più

                          non sto affatto

bene

        eppure non pensavo a te

quasi mai

                mai anzi

pensavo a te

                     al tuo triste capo

che andava invecchiando

in cerca d’Africa.

                            l’abbiamo qua

la nostra Africa

                          vedi

e il Terzo Mondo

non è lontano

                      e il così detto sottosviluppo

è un Sud di fame

                            e la CIA è la CIA

dappertutto

                   e il Po

è il Nilo e il Gange

                               il Friuli

è la terra affamata

dell’Amazzonia.

                           l’alternativa

l’abbiamo qua:

                         l’Africa

non serve — defunto Rimbaud

italiano con smanie

e rughe.

 

              beh – si dirà che sono

tornato adolescente e che do

i numeri a parlare con un morto.

                                                    ma se imparassimo

ad amare i nostri poeti

e se soprattutto l’America

non americanizzasse la nostra

gioventù (ormai quasi tutta

 

 sfatta) e non tagliasse sul nascere

 certi ardori e tutte quelle

 speranze che ho visto gridare

 in tanti anni da tante

 bocche su tante piazze

                                      forse il comunismo

 sarebbe arrivato

 e tu saresti qui a predicare e a rompere

 le scatole come altri

 e non avrei la tua foto

                                    davanti

 non penserei a te affatto

                                        (non perché sei

 un poeta ma perché sei un poeta comunista.

 e il binomio qui è quasi

 impensabile) e non mi troverei

 a parlare con un morto

                                       in mancanza

di vivi perché – volere o no -

questo tipo di vita ci ha spenti

un po’ tutti e chi oggi regge

sono poche (o molte) fasce

di gente – alcune classi sociali

che se non le guardi non le vedi:

l’operaio la casalinga il malato

il vecchio il bambino l’analfabeta

il «deviato» sessuale l’emigrato

la commessa di magazzino l’uomo

che annoda tubi del gas

per terra.

                 il resto

 è silenzio (e accomodamenti)

                                                 ucciso Rimbaud

 

 italiano e questo

 è il tempo degli assassini

 e anche noi siamo gli assassini

                                                   pur essendo

 noi stessi vittime.

 

 ora chiudo

                   perché sono

 stanca e perché

 queste righe mi paiono

                                       in fine

 senza costrutto

                           ché non sta a me

sola costruire niente

                                 semmai

ri-costruire incerta

quei gridi da quelle

piazze

           quelle speranze

                                     e il rosso

di pochi papaveri

 

 

****

 

 

da Asimmetria

(Gazebo, Firenze, 1994)

 

 

 

 (Voce-treno)

 

avvenga che canti

venite avanti voi

voci mischiate ad alba neve

impastate di zuccheri

ma da terrori – da azzanni

avete fame – sete?

 

                               la Voce

che voi presiede e voi mesce

parla basso

 

                     non parla: gridate a perdifiato voi

sino a una vòlta di silenzi

giù (capifitti): tra stupori e ragli

ne esce un treno che vedemmo (a Vemazza?)

che ci squassò – che corse

che eventi ventilò (conigli – volpi

di pelle bianca):

la vicenda – la nera sibillina – sibilava

vociarne zibellina

(perigliose innocenze)

treno soffoca Voce (o viceversa)

mare dinanzi – un suo moltiplicarsi – mare

de-cedenza (treno – soffoco – voce)

quieta deduco: tra un prima e un poi

non adesso e non più

tra un pre-vocale e un post-vocale

viva vuole la Voce revocarmi

benché larvale il prima

benché mortale il poi

squassi

 

            (fulmineo immoto)

d’un non mio tempo-treno

il bip-bip

 

                il clop-clop

 

 

  (viola)

 

  m’accorsi una mattina delle viole

                                                     Viola a me

 venne incontro con ditate d’anelli e

 dei dolori dentro la testa

 che tanto si legavano ai miei dolori

 che n’ebbi sino in fondo penuria

 o fretta

              frettolosa d’andarmene

 cercando la sua testa di piume gialle

 di per certo sparita

 con quella voce che tremolava

                                                 Viola vidi poi

 venirmi accanto entro giorni d’una giacitura

 speciale

               giorni di stoppa e neve e pietrisco

 allegante

                alberese scheggiato e molto cigolante

basilisco

              giotteschi giorni aguzzi

pei denti rossi dello scoiattolo il quale

ti coglieva a motivo delle foglie rotonde

ed io per l’erba che ne veniva con odore

allevando nelle gengive il sapore che sai

che ne mangi una sera mentre scrivi

e balzellante vivi

 

 

 (anemone)

 

avevi manducato un pipistrello

forse

 

           e avendone noi paura

venimmo cogliendoti nel sonno

io e il monaco che porto a mio danno

o misura

 

                 il monaco allevante ortaglie

e anemoni che però di spontanea gamba

crescono

 

                di spontanea fonte

zampillano

 

                  di spontanea benignità

dilettissimi frutti della mia prevostura

o tu gran petalo di quella madre che ti teneva

nel trepido pomeriggio che ti sfogliai

e ti vidi cadere mandando in polvere

senza volere io la tua natura

di astemio fiore che non sa più che fare

che giocarne che volerne di trottole

o di fronde perché gli vengano ridati

gli azzurri baci i bianchissimi abbracci

le lacrime la pelle

 

                               i capelli le braci

e tutte intere le illusioni belle

 

 

 

*

come ridandoti la caccia (o cacciata?)

come ridendo

                       come la poesia che sa

 quello che il soggetto non sa

 come spolverando Fiatone dalle grotte

 come mangiando anguria e poi

 melone

              come rime ad incastro

 come neve ch’è bianca lieve

come astrali accidenti

come chi sa che non dormiva

e chi sa che non dorme

come gli stambecchi nei boschi

e le genziane

                     come l’anello che allega i denti

come la foto di chi scarta o avanza

come la doppietta che invecchia

come un come

                        ecco

                       alzo lancio stringo

costruisco distruggo il mio aquilone

 

 

 

****

 

 

da La scelta – la sorte

(1994-1997)

 

(Edizioni Gazebo, Firenze, 2001)

 

 

 

L’OBBEDIENZA

 

 

è (l’obbedienza) una disobbedienza al suo

contrario – il tuo becco di gru – il lungo

sottile collo obbediscono solo ai connotati delle gru -

non a quelli delle cutrettole: obbedisci a te solo

sei congruo a te – come l’ornitorinco fa propria

la propria indole (il lupo la sua peculiare)

 

ma se l’indole è un demone – meglio vale

la disobbedienza – la divergenza – la disparità: dunque

obbedisci (talvolta) al tuo contrario: disobbedendo obbedirai

e mentre compirai l’obbedienza ti scoprirai alfine

contraddittorio – disobbediente

 

———————————-

                     

LA PAROLA

 

si scioglie come neve – ti riempie un cuore

un muscolo

                    una mattina da una parte sei pieno di lei

(te ne svuoti) – dall’altra ancora ti riempi

(lei ti svuota)

                       trabeazione – si scioglie da sé – dorica

                                                                                     da sé

scanalata superstite

                                da sé portante un portamento

che la dilunga – la divarica – la dilata – la dilaziona -

la spezza – portante spezzata

                                                disseminata in frammenti

di semi stellari – di stelle semoventi

semicieche

 

                    oh – stella stellante che pulsi e ruoti -

pulviscolo – polveriera di Cenerentole

e lupi mannari

                         mansuetudine e ghiozzo:

incolonnare addendi è la tua sfiducia

infilare coralli – pietre

                                     sbadigliare per un sonno

che non c’è – provare la voce e sognarla

                                                                  alzar polvere

e rifare fiori dove le fiorite son perse – ingioiellare la collina

di stoppie fiammanti – affossarsi dentro un’onda cremisi – un’onda

pece

         rovistare cassetti di tempi lenti – tempi morti -

luoghi sparati

                        arricciolare il lisciato

lisciare lo scannellato – il pieghevole

                                                             rocciare

sulla montagna – slittare nel pack – ormeggiare

il pannicello candido al largo del sé

 

                                                          attinger aria

acqua spegnere                              

                              terra a morsi mangiare

 fuoco darsi (farsi)

                              poggiare la viva melodia

 dov’essa dorme – ninnare il senno – il suono

                                                                        scandagliare

 le pareti calanti

                           intingervi pane

                                                     salare il molto salato

 suono – il salto

                         impelagarsi e ammararvi sirene -

 decimare – decimare la fiaccola

                                                    guardare (senz’esser visti)

vedere (non guardati)

                                   percepire moti – maremoti

                                                                               smottando

spalare armenti – unguenti spalmati

spalmando restare nel guado (asciutti) – asciuttamente

inumidirsi – dirsi beati di sé – mai di sé – mai del mondo

bearsi (bennati nel mondo) – darsi al mondo mai nato

al bendato stendardo delle murene – delle maree

avendone scheletriche madri – lische – striscianti deità

di cui s’incinse la mèta – la colpa – la voce dei bambini -

 la favella – la fragola – la fola – la folaga claudicante

 e una capanna di frasche

 

                                           poi (di nuovo)

dribblare e sprangarsene – infangarsi con tutto il camaceo

col vegetante (e vegetale)

                                            prostrarsi sino a terra

(sino alle terre) – interrarsi (bulbo) – fiondarsi (colomba) -

dilungarsi (lancia) – nereggiare (cornacchia) – nereggiare -

apprendere appreso – disimparato sparo – sparente

scoppio

 

         di là – di là

                           di là dai reami

di là dai regni – entro l’impervio – entro il fogliame

di là dalle Comovaglie – dalle sovrane

comici

            entro il permutabile – entro il fresco – entro

il fresco bambino – di là dai soppiatti – dagli assalti assopiti

e affondi fini

                      nel tumido – nel purissimo osceno

                                                                              nella vertigine -

nella verticale di sé – nell’obliqua e ambigua ubiquità

del non-più-uno (non-più-due non-più-tre)

                                                                     nella selva

splendente – nella selva e nel rovo – entro il roveto

(ardendo)

                al buio – al buio

                                          camicia sventolante

svolazzante crepuscolo – tiranna treccia e tremenda

usura

          tirata corda – spina affastellata

                                                            squadrato nucleo

e tremebondo ossame – treno che insegue la sua corsa

freccia ferma e turpitudine

                                           (più in là – più in là)

balenare di fari e più in là

                                           più in là – oltre il sé

nelPinoltre – rosario di dilette sfere – triangolare comice

ruvido sotto i denti – spalare – spalare la neve

 

 sotto di loro – spellarle (sino al sangue) a sangue – spenderle

                                                                                       [e spendersi

 sino al carnascialesco martirio

 

 

 

LA FLUIDITÀ

 

 ah – benedetta la voce che fluisce -

 l’ugola mossa – il suono che lambisce

 il suono 

                il suono mobile – il godibile

 suono che porta e porta la fluidità

                                                         la quale

 transita e alita e respira proprio ove meglio Voce

 incenerisce

                    ove (toccata)

 l’acqua disparisce e appare – insana – in là

 in là sgombrata

 

                            ché fiume e fiume e fiume

 è frutto e fiore di fluidità

                                          è partorito

 flutto – figliante luccicante vivido Tutto

 e padre e madre e lunga figliatura e lutto -

 fluentissima e copiosa natura

 

 voi – così – acquea voce e vocalica acqua – voi

 fluite fluenti dove sciacqua la bella mano

 la polla e la risacca

                                  pantano mai vi accolga

 mai palude – acquea voce che tutta me prelude

                                                           palude non vi colga

 né pantano – o vocàlica acqua

                                                   fluidissima mano

 

———————————–

 

 

 

LA GRAZIA

 

 nel patimento e nella grazia

 c’è oro – ma c’è più oro

 nella grazia o nel patimento?

 dillo – aiutami – dillo – augellino desto

 

                                                               che grazia

 sia patimento – forse? può darsi

                                                     allora

 anche patimento è grazia – grazia e pena

 stanno congiunte – paiate bambine che giocano

 su pavimenti di pena e grazia

                                                 irrevocabili bambine

 a tenerne il cavo (saperne il nòcciolo)

                                                              stupefatte bambine

 di pena e grazia

                            e che grazia e pena siano

 animosamente infanti lo dice (dolorando)

 la pena – lo dice (gratuitamente) la grazia

 la grazia della pena – quella della beltà

                                                                la grazia

del giardino proibito delle delizie

e il patimento delle grazie – le stordite pene che si provano

quando si è in pena e in grazia o quando (puerili -

stonati giocattoli) si chiama “grazia” un afoso penare

e “pena” vien detto tutto quanto (in realtà)

ha talmente sapore di grazia

                                              da smarrire e perdere

 

 

 

    

IL SORRISO

cominciamo dal sorriso – dal sorriso di quelle volte

che sorridevate (amori miei) e tutto prese

a vacillare – a scuotersi – a tremolare così forte

- come groppa di terremoti – perché poi quella tal piega spariva

quel bagliore sapeva incenerirsi – andarsene ed io

restavo sola – senza il sorriso – io davo sepoltura

a quella larva – compivo le esequie del sorriso: da lì

da poi prendevo ad avvedermi di quanto essi fossero astratti – caduchi -

poco durevoli (benché taluni lietamente corrivi e ritornanti

alcune volte) e m’avvedevo di come la falsariga dei sorrisi

(da quelli larghi – aperti a quelli più rauchi e smorti) fosse nient’altro

che la rarità – rara inaugurazione dei sorrisi – l’aprirsi dell’attività loro -

il suo rapido spegnimento – la notte nera che ne seguiva sì che

           [sognavo me

dicente: “ridi ridi!” a chiunque avesse sembianza

d’umano – “ridi ridi tu?” (nel sogno ascoltavo me dire

rivolta a me una volta perfino) e di come nel sogno rispondessi:

“ridi – sorridi tu ché io non posso – non riesco

più a ridere (dicevo) – hanno messo saracinesche – hanno messo

  [lucchetti

nei miei vecchi sorrisi – per questo ridi tu – voi ridete per me

e al posto mio”: questo sentivo di sognare e di sognare di sognarmi

e dire a me (zitta) entro il muto sogno

                                                 poi

come carte sgusciate – come acque – come morenti melodie

maccorsi d’aver perso l’attesa – anche l’attesa

di quei rari sorrisi (pensai molto – molto pensai allora

a Emilia americana ed alle bocche quando più non ridono

e a tutti i morti mai ridenti per sempre e dissi allora: “benedetto

il sorriso – beato il riso che mai più riderò” e vidi quello mesto

della mia vecchia che più di mezzo secolo fa m’aveva partorito

e sentii quello tutto zampilli ed acque e quello asciutto e quello

a mezza voce e quello immane e muto e quello che mai più scorderò

e quello e quello…) e dunque (io che tentavo ridere) poi piansi e ridevo

  [e piangevo

e il misto – il mesto gorgoglìo mi s/consolava

 

—————————–

 

 L’INNOCENZA

 

 

la pura – la purissima innocenza con cui Francesca

mi tenne per mano (la bambina Francesca) – un giorno

povero – nel povero salire d’un gran monte

                                                                      quella tenera mano

e pura fronte che con me (stòrta adulta) pigolavano

 

implumi implumi le due teste andavano

                                                             cara Francesca

dalla quale (io ben poco insegnando) l’innocenza

la pietà re-imparavo: questo tiepido vento

di timida “maestra”

 

                               poi il suo tempo segnò

(il suo battito) zia Vera nell’oriuolo del mio bianco s/contento:

altro riparo – altra innocenza entrò nel luogo ignoto

tra la fronte e il mento (e il mento

e i piedi): tutta m’allagò

                                      (ne potrebbe sortire

un cinguettio – pensa – più che una voce:

il vuoto chiama il pieno

                                     e viceversa)

 

allagàta – pudibonda – inversa

                                               feci provviste

d’uva e d’innocenza – di noci per l’inverno

e d’esperienza – d’esperienza del vivere e morire – del

piegarsi (e spiegarsi) a più non posso

                                                          del gas nervino

della perdita d’occhio – del perdifiato

e del crimine rosso

 

                             ma ancòra l’innocenza

m’attendeva (mi tendeva i suoi agguati): furon (ultime)

calze e sospiri calati su gambe incerte

d’infantile vecchia: i tremanti selciati premùti

accanto – i filiformi fiati

della pietà:

                  e esplose l’innocenza quando

vidi i suoi neri ciechi occhi beati aprirsi a riguardare

il dove e il quando

                              sentii sparire ogni cesura andando

(andando) tutti insieme al morire – chi danzando

chi (vinto) a tentoni arrancando

                                                    chi

(intimidito dall’ottimo reame) passo passo ostinando sé

nel duro lastrico (coi suoi piedi inciampando)

intrisi tutti d’innocente innocenza

                                                    tutti insieme colpiti

dal pettirosso che svolò sventando (filante)

la sua trama

                    dall’equina gazzella – da una brama

che accende sé e i suoi soli esiliando

e ride e piange e parla e scrive

                                               e a lungo tace

solo bianco imparando

 

———————————–

 

LA MEMORIA/ L’OBLIO

 

                                            obliando obliando

la vita si purifica o si parifica soltanto

tra e no – bianco e nero

                                        obliando?

la lista – il conto si nullifica

obliando obliando?

                             vorrei/vorremmo il vuoto

che pacifica? tenere sé

in bilico o – portando sé in balia -

soffrire la dubbiosa malia d’un

“ricordando – scordando”?

                                         sottile disgrafìa -

disgrazia e grazia – disfonia d’una vita

che sempre tutta s’apparecchia a sua grazia

e si tempra e forza e geme

e sta zitta e non bada alle sue pene

 

                                                      ma dove più

fa male il giunto

                          più fa male il malore:

non ricordare come – perché –

da dove giunto a quel deciso

sunto e: primo/ultimo punto: non rimpiangere mai

nulla – non lamentare

     il passato or di bene or di guai

                                               ma riprendi il passo

da dove ora sei giunto e

camminando camminando vai

senza guardare avanti – senza

guardare indietro – come puoi – come sai

 

 

 

Mariella Bettarini è nata nel 1942 a Firenze, dove vive e lavora. Ha insegnato per venticinque anni nelle scuole elementari. Dagli anni ’60 collabora a giornali e riviste con scritti di critica letteraria e sui rapporti tra cultura e società. Dal 1998 al 2000 ha curato per il mensile “Poesia” una rassegna dal titolo “Donne e poesia”, in cui ha antologizzato il lavoro poetico di circa cento autrici italiane dal ’63 al ’99. Nel 1973 ha fondato (e da allora diretto) il quadrimestrale di poesia “Salvo impre­visti”, che dal 1993 ha preso il nome de “L’area di Broca”, semestrale di let­teratura e conoscenza. Dal 1984 cura, con Gabriella Maleti, le Edizioni Gazebo. Suoi testi sono stati tradotti in varie lingue.